“Stupri e nozze forzate”, la denuncia della situazione delle donne somale nei campi profughi

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“Stupri e nozze forzate”, la denuncia della situazione delle donne somale nei campi profughi

Rashida Manjoo, inviata speciale delle Nazioni Unite per monitorare la situazione delle donne, ha denunciato alla comunità internazionale che “lo stupro è diventato una pratica quotidiana in Somalia e nei campi profughi che ospitano somali in Kenya e in Etiopia”. La signora Manjoo ha lanciato l’allarme in una conferenza stampa a Nairobi il giorno dopo il suo ritorno da un viaggio di 10 giorni nell’ex colonia italiana, e ha parlato di “privatizzazione della violenza” sottolineando l’omertà imperante nei campi profughi e tra la gente dei villaggi, terrorizzata da 20 anni di guerra. “Nessuno parla, nessuno denuncia. C’è una cultura del silenzio che favorisce e garantisce l’impunità”.

I famigerati shabab, terroristi islamici legati ad Al-Qaeda, sono i principali indiziati di violenze sessuali, pestaggi, omicidi nei confronti di donne. Inoltre Rashida Manjoo ha dichiarato che “donne subiscono angherie da parte anche da parte delle truppe governative e dentro le pareti domestiche. Sono l’elemento più debole della società somala e tutti ne abusano”.

Mother and Child Care, un’organizzazione che si occupa di difesa delle donne, ha permesso di raccogliere diverse testimonianze delle vittime a condizione dell’anonimato, perché “a Mogadiscio abbiamo tutti paura”. “Ero in un campo di sfollati quando ho visto un drappello di uomini con le divise dell’esercito. Non credevo fossero pericolosi, ma quando mi hanno incrociato mi hanno trascinato in un campo e stuprato a turno”, ha raccontato una donna. Fortunatamente è stata soccorsa da alcune compagne che l’hanno portata in ospedale, dove sono le sono stati somministrati farmaci per prevenire l’AIDS, ma la maggior parte delle violentate vengono lasciate per strada o in un campo. La paura spesso impedisce di raccontare il loro dramma persino a chi vuole aiutarle, anche perché “ormai chi scappa dagli stupratori rischia di finire nelle mani di altri stupratori. Cercare aiuto da chi dovrebbe difenderti è rischioso”, ha spiegato Rakiia Ahmed, che gestisce uno dei centri di Mother and Child Care. Per non parlare del terrore di denunciare i violentatori, gli stessi che, in divisa, pattugliano i campi profughi con l’incarico di difenderne gli ospiti.Una madre ha raccontato di come è riuscita a salvare la figlia quindicenne dallo stupro da parte degli shabab: “Quando sono entrati in casa e volevano prenderla e violentarla, lei è stata furba. Ha detto loro che non vedeva l’ora di combattere il jihad, la guerra santa. Li ha convinti ed è andata via con loro pacificamente. Dopo pochi giorni però è arrivato l’ordine: << la guerra santa la fai sposando uno di noi>>. Intanto io”, ha continuato la donna, “ho saputo in quale campo l’avevano portata e sono riuscita a farla rapire per portarla a casa. Mia figlia non è però più normale. Sviene in continuazione, ha gli occhi sbarrati, ha paura di tutto”.

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