10 cose da sapere su Isis

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10 cose da sapere su Isis

Ormai da quasi un anno non passa giorno in cui i media non facciano riferimento all’ISIS. Le 10 informazioni che vengono riportate di seguito hanno lo scopo di chiarire alcuni quesiti relativi a questo gruppo terroristico.

1-IL CAPO

10 cose da sapere su Isis

L’attuale capo dello Stato Islamico si fa chiamare Abu Bakr al-Baghdadi ma il suo vero nome è Ibrahin ‘Awad al-Qarsi. Al-Baghdadi (a cui il Time ha assegnato l’esagerato appellativo di “uomo più pericoloso del mondo”) si è autoproclamato “califfo” dello Stato Islamico il 29 giugno 2014, precedentemente si era già proclamato “emiro” dell’ISIS. Afferma di aver sostenuto studi coranici e di discendere direttamente da Maometto. Nel 2004 venne arrestato dagli Stati Uniti salvo poi essere rilasciato dopo dieci mesi e secondo alcune fonti l’idea di formare lo Stato Islamico venne elaborata proprio nel periodo passato in carcere . Nel 2010 diventa capo dello Stato Islamico dell’Iraq dopo l’uccisione del precedente leader Abu ‘Omar al-Baghdadi (da cui probabilmente prende il nome con cui è oggi conosciuto).

2-NASCITA E SVILUPPO

Al-Baghdadi eredita l’idea da Abu Musab al-Zarqawi, Giordano di origini palestinesi reduce della guerra in Afganistan e che rivaleggiava con Bin Laden per la sua volontà di creare un “califfato sunnita”.

Al-Zarqawi nel 2004 fondò al-Qa’ida in Iraq (il gruppo iracheno facente riferimento ad al-Qa’ida) per contrastare l’occupazione americana in quello stato, ma con il passare del tempo il gruppo ha acquistato sempre più autonomia. Nell’ottobre del 2006 (dopo la morte di al-Zarqawi avvenuta nel giugno dello stesso anno per mano di un attacco aereo statunitense) i suoi successori, Abu ‘Omar al-Baghdadi e Abu Ayyub al-Maṣri cambiano il nome in “Stato Islamico dell’Iraq”. Al-Baghdadi ne diventa il capo dopo la morte dei suoi due predecessori in uno scontro con soldati americani e iracheni e introduce nell’alto comando del gruppo numerosi ex ufficiali del governo di Saddam Hussein.
Nell’agosto 2011 al-Baghdadi intervenne, prima indirettamente e poi indirettamente, nella guerra civile siriana. La definitiva rottura con al-Qa’ida avviene tra l’ottobre 2013 e il febbraio 2014 a causa delle divergenze su come condurre la lotta.

3-IL NOME

Il termine ISIS è soltanto quello usato dai media e trae origine dal primo nome di quest’organizzazione jihadista (Stato Islamico dell’Iraq e della Siria). Il 14 maggio 2014 il Dipartimento di Stato statunitense dichiarò che il nome ufficiale sarebbe stato quello di Islamic State of Iraq and the Levant (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) abbreviato con la sigla ISIL.

Il 29 giugno successivo lo stesso al-Bagdadi affermò che il nome ufficiale è quello di Islamic State (IS).

4-I TERRITORI IN MEDIORIENTE

10 cose da sapere su Isis

Lo Stato Islamico non ha un confine stabile né ufficioso né, tantomeno, ufficiale. Le mappe mostrate da molti media rappresentano una regione pari a buona parte del territorio di Iraq e Siria per un totale di circa 100 mila km² (circa un terzo dell’Italia), in realtà non si tratta di un continuum territoriale ma di zone controllate a macchia di leopardo, una rete i cui nodi sono giacimenti petroliferi, serbatoi d’acqua, villaggi, basi militari ma anche centri urbani. I territori più rilevanti si snodano a partire dalla città di Raqqua (il quartier generale): ad ovest raggiungono le periferie di Aleppo, a sud penetrano lungo il corso dell’Eufrate comprendendo Falluja e incombendo su Baghdad mentre ad est raggiungono Mossul (sede dell’omonima diga di importanza strategica) per poi scendere nuovamente fino alle porte della capitale irachena seguendo il corso del Tigri.

5-NON SONO TERRORISTI TRADIZIONALI

Fin dal nome dell’organizzazione si capisce come i suoi appartenenti non la considerino un gruppo terroristico ma un vero e proprio stato sovrano.

Gruppi come al-Qa’ida agisce compiendo sanguinosi attentati per attaccare gli stati occidentali ma senza avere obiettivi territoriali. L’IS, invece, occupa politicamente e militarmente i territori in cui agisce e successivamente si muove con le prerogative di uno stato: riscuote tributi, applica il monopolio della violenza attraverso la polizia religiosa denominata al-Hisba e tramite l’istituzione di tribunali fondamentalisti, fornisce anche una forma di assistenza sociale (per quanto limitata) in cui è notevole il ruolo delle scuole basate sulla sha’ria sorte nei territori conquistati con l’obiettivo di plasmare culturalmente le prossime generazioni.

Anche il livello di sofisticazione tecnologica e competenza tecnica è senza precedenti come testimonia lo sfruttamento dei pozzi petroliferi caduti sotto il loro controllo e come hanno tristemente e ripetutamente dimostrato i video in perfetto inglese caricati su Youtube, ben diversi dai primitivi video propagandistici di bin Laden.

6-COME SI FINANZIANO

I finanziamenti sono di vario tipo.

Oltre ai sovvenzionamenti provenienti da ricchi cittadini di paesi come il Qatar, l’Arabia Saudita e il Kuwait (favoriti da controlli interni praticamente inesistenti) la gran parte della disponibilità economica del “califfato” proviene dalla vendita al mercato nero di petrolio e dei reperti archeologici trafugati. A ciò vanno aggiunti saccheggi, estorsioni, rapimenti e la zabat: una “tassa religiosa” imposta dallo Stato Islamico pari al 10% del reddito.

Inoltre è importante ricordare come i primi finanziamenti all’ISIS siano arrivati anche dagli Stati Uniti: l’ISIS è uno dei gruppi armati opposti a regime di al-Assad in Siria (nella guerra civile iniziata nel 2011 e che continua ancora) e gli USA inizialmente considerarono l’organizzazione estremista un buon mezzo per attaccare al-Assad.

7-OBIETTIVI

L’obiettivo direttamente espresso dall’IS è il jihad “finchè non ci sia più politeismo e la religione sia tutta di Dio”. A questo proposito il cambiamento del nome da ISIS a IS è significativo: il secondo termine non pone limiti territoriali e quindi potenzialmente il territorio su cui il califfato punta a estendere il proprio controllo è pari all’intero globo.

Incrociando varie dichiarazioni si può astrarre come un obiettivo più limitato sia quello di abbattere le frontiere costruite dopo la prima guerra mondiale e riunire i sunniti occupando i luoghi santi. Inutile sottolineare come entrambi questi due scopi siano difficilmente realizzabili, l’idea è piuttosto quella di aumentare la destabilizzazione mediorientale per colpire gli stati occidentali soprattutto facendo leva sulle risorse economiche della zona (petrolio in primis).

8-L’IS IN LIBIA

L’IS interviene in Libia nell’ottobre 2014 sfruttando anche qui la frammentazione del paese causata dalla guerra civile scoppiata nel 2011.
Questo gruppo è più piccolo rispetto a quello originario (poco più di 1000 elementi rispetto ai 20-30 000 presenti in Iraq e Siria) e la gran parte di essi si trovavano già sul territorio e appartenevano ad altre organizzazioni estremiste che hanno deciso di dichiararsi membri dell’IS per autolegittimarsi e aumentare la propria visibilità. A causa di questi numeri minori anche il modo di agire è diverso: i territori occupati si limitano ad alcune città sulla costa e militarmente l’ISIS ha agito anche attraverso attacchi terroristici come quello che ha colpito l’albergo Corinthia di Tripoli il 27 gennaio

9-LA RELIGIONE CENTRA GRAN POCO

Nonostante l’immagine dello scontro a cui si è portati a pensare (e alla cui diffusione contribuisce parte dei media), l’idea di una comunità islamica compatta in una guerra di civiltà che ha come nemico le libertà occidentali è semplicemente priva di fondamento. Basta ricordare un fatto per chiarire questo aspetto: gli appartenenti all’IS si dichiarano musulmani sunniti la stessa fede professata dai Curdi e da altre popolazioni bersaglio delle loro stragi. Così com’è bene ricordare che le principali vittime dell’estremismo islamico nelle sue varie forme (al-Qa’ida, IS o quant’altro) sono soprattutto appartenenti a popolazioni musulmane. L’IS attacca chiunque non accetti la propria interpretazione religiosa e a questo gruppo appartengono anche i musulmani sciiti e la grandissima parte dei sunniti.
Inoltre per molti dei comandanti militari dell’IS la religione è solo una maschera con cui nascondersi per sfruttare al massimo economicamente e politicamente un’area fortemente instabile come l’Iraq e la Siria.

10-UNA POSSIBILE VISIONE FUTURA

Bisogna ricordare innanzitutto che lo Stato Islamico di per sé non rappresenta certo una forza irresistibile né militarmente, né economicamente, né politicamente. La prova di ciò sta nel fatto che nella città di Kobane circa 5 mila Curdi sono riusciti a respingere l’avanzata delle truppe del califfato appena il gennaio scorso, con l’aiuto tutto sommato modesto dei raid statunitensi. I curdi di Kobane erano e sono desiderosi di mantenere la propria identità e indipendenza, hanno visto i massacri compiuti dall’IS nei territori precedentemente conquistati e questo non ha fatto altro che rafforzare la resistenza: sanno per cosa combattono e conoscono il nemico. E soprattutto il primo punto sembra clamorosamente mancare non solo agli stati occidentali ma anche all’opinione pubblica che tende a vedere lo Stato Islamico come una disgrazia terribile ma lontana e intangibile concretamente.

Oltre a ciò si palesa all’orizzonte anche la triste possibilità che nessuno degli stati influenti nella zona mediorientale veda realmente nell’IS il proprio nemico numero uno: la Turchia sfrutta la situazione in funzione anti-curda, per l’Arabia Saudita la vera minaccia sembra l’Iran, quest’ultima vede nel supporto dato alla guerra contro l’IS la possibilità di minare la solidità di Riyad (nel conflitto che caratterizza costantemente i rapporti nel Golfo) e di aumentare la propria influenza, anche per Israele l’IS risulta essere un utile allarme visto che giustifica in chiave antiterroristica l’occupazione della Palestina e lo stesso Netanyahu ha dichiarato che “sconfiggere lo Stato Islamico” e lasciare a Teheran l’atomica “sarebbe come vincere una battaglia e perdere la guerra”.
Unione Europea, USA e Russia hanno motivazioni diverse: esportano rispettivamente il 32, il 30 e il 23% di armi del mondo per una cifra di circa 105 miliardi di dollari (a cui l’Italia contribuisce con 2,7 miliardi avendo il primato nelle “armi comuni“ destinate ad uso di difesa personale).

Di fronte a questo accavallamento di interessi è facile vedere come l’IS non sia che la punta dell’iceberg della questione mediorientale che nessuno sembra aver realmente interesse a risolvere.

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