10 febbraio 1986: Comincia il Maxiprocesso COMMENTA  

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In un bunker fatto costruire appositamente per l’occasione sotto il tribunale di Palermo, una struttura ottagonale in cemento armato capace di resistere ad una vasta gamma di attacchi terra-aria, cominciava il processo presieduto dal giudice Alfonso Giordano contro circa 400 imputati accusati di crimini di stampo mafioso.

Era la prima volta che il governo italiano decideva di combattere seriamente e in modo organico la Mafia siciliana, prima di allora abbastanza impunita e la cui stessa esistenza non si ammetteva apertamente.

La svolta avvenne quando entrò in vigore nel 1982 la legge voluta dal comunista Pio La Torre, che pagò con la vita la sua battaglia, che configurava come reato l’appartenenza ad un’associazione a delinquere.

Grazie a questa, magistrati del calibro di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, usando pure le testimonianze di Tommaso Buscetta, primo pentito mafioso di una certa importanza, ebbero gli strumenti per perseguire Cosa Nostra.

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Il processo si concluse il 16 dicembre 1987. Furono comminate 2665 anni di carcere in totale. Un duro colpo per l’organizzazione, i cui capi (Riina, Provenzano e gli altri) furono costretti alla latitanza. Nonostante in seguito molte delle condanne furono ridotte o annullate in appello, e i due magistrati principi dell’inchiesta vennero uccisi in due attentati, l’importanza del maxiprocesso non venne meno, in quanto consentì di far conoscere alla magistratura com’era composta la struttura mafiosa, permettendo di ottenere i successivi buoni risultati nella lotta contro la criminalità organizzata.

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