10 gennaio 49 a.C. : Il dado è tratto COMMENTA  

10 gennaio 49 a.C. : Il dado è tratto COMMENTA  

Le aveva provate tutte, Caio Giulio Cesare, per evitare quello che si apprestava a fare. Contrattazioni epistolari con il Senato, incontri con il suo ex genero ed alleato Gneo Pompeo, ora il suo principale avversario, aveva persino inviato a Roma uno dei suoi uomini più fidati, il nipote Marco Antonio, come tribuno della plebe per bloccare le decisioni legislative a lui sfavorevoli; ma fu tutto inutile.

Il Senato aveva deciso a maggioranza di proclamarlo hostis publicus, nemico pubblico dello stato. Per difendere le proprie ragioni contro quell’assembla che lui giudicava oramai corrotta , si vide costretto quindi ad attraversare con l’unica legione che aveva di stanza presso di sé a Ravenna, la XIII, il Rubicone, un fiume che lambiva la via Emilia e che segnava il confine con la provincia della Gallia Cisalpina, pronunciando la celeberrima frase <<Alea iacta est!>>, il dado è tratto, per indicare che oramai non si poteva più tornare indietro.

Entrando nei territori della Repubblica al comando di un esercito violava un ordine diretto del Senato, oltre ad una direttiva in vigore dopo la tirannia di Silla, che vietava ad ogni romano di entrare in armi in Italia.

Aveva dato ufficialmente inizio ad una nuova guerra civile, una trentina d’anni dopo l’ultima. Le forze repubblicane, comandate da Pompeo, si trovarono impreparate all’azzardata mossa del generale, che poté facilmente aprirsi la strada fino ad una Roma abbandonata dai suoi avversari politici, rifiugiatisi  nel frattempo in Epiro.

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Tutto ciò fu il risultato di lunghi anni di conflitti in una capitale dove la scena politica si era divisa in due “partiti” avversi. Gli optimates, che rappresentavano i ricchi oligarchi, e i populares, che difendevano gli interessi del popolo. Dalla parte di questi ultimi si schierò Giulio Cesare che, pur venendo da una delle famiglie più antiche e nobili dell’Urbe, crebbe con la madre Aurelia nella Suburra, quartiere popolarissimo, in un umile insula. Per tutta la sua carriera politica Cesare ebbe la convinzione che se Roma volesse sopravvivere doveva mutare quello status quo governativo, adatto forse per una città stato, ma non per un grande impero multietnico come si stava trasformando in quegli anni. Divenne per forza di cosa nemico giurato dei senatori, che fecero sempre di tutto per ostacolarlo. Quando, dopo la morte di Crasso, la saldezza del triumvirato venne meno, portarono dalla loro parte anche il potente Pompeo, all’epoca il generale di maggior prestigio, principale alleato a Roma e genero (sposò l’unica figlia di Cesare, Giulia, morta poco dopo le nozze) di un Cesare impegnato a sottomettere la Gallia. E fu proprio la guerra in Gallia a fornire l’appiglio al Senato per attaccarlo, ritenendo immotivato l’inizio di quella campagna e costringendolo a subire il loro giudizio in tribunale una volta scaduto il suo imperium. Il rifiuto di Cesare a comparire a giudizio portò a due anni di guerra civile e alla fine della Repubblica di Roma. Una nuova era stava cominciando per la Città Eterna.

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