11 dicembre 1792: Processo al re!

Storia

11 dicembre 1792: Processo al re!

Dopo l’attacco al palazzo delle Tuileries del 10 agosto 1792 da parte di una folla inferocita, che trucidò tutte le guardie svizzere messe a protezione del sovrano insieme ad ogni nobile che aveva deciso di rimanere nel palazzo, le cose per la famiglia reale precipitarono verso il peggio. Nonostante avesse firmato la nuova Costituzione, ed approvato tutte le riforme che l’Assemblea, ora Convenzione, aveva emanato, re Luigi XVI continuava ad essere odiato dal suo popolo, che in lui vedeva il capo segreto di una possibile controrivoluzione tesa a far tornare la Francia allo status quo precedente, convinzione poi rafforzata dal tentativo di fuga, bloccato a pochi passi dal confine belga, del precedente giugno. Imprigionato con tutta la famiglia nel Temple, la torre fortificata appartenuta ai Templari ed ora utilizzata come prigione, fu separato dal suo seguito e lasciato vittima dell’insolenza delle guardie. E’ dall’interno delle loro celle che il re e la regina vennero a sapere, il 21 settembre, dell’abolizione ufficiale della monarchia e la nascita della repubblica.

Mentre i Borbone proseguivano nella loro prigionia all’esterno si decideva del loro destino. Vennero instituite due commissioni istruttorie, una per vagliare i documenti rinvenuti nella dimora reale, l’altra per verificare se l’inviolabilità del sovrano assicurata dalla costituzione del 1791 lo esentasse da un processo. Naturalmente l’inviolabilità reale venne revocata quasi immediatamente. Quando il 19 novembre venne rinvenuto l’armadio di ferro in cui era nascosta la corrispondenza segreta del sovrano con i regnanti stranieri si capì che non era possibile attendere oltre, visto che già influenti deputati come Roberspierre cominciavano a reclamare la morte del re senza necessità di un processo. Il 10 dicembre venne instituito il processo a carico del “cittadino Luigi Capeto” come veniva ora sprezzantemente chiamato il sovrano, che cominciò, al cospetto della Convenzione, il giorno dopo. Furono solo in tre gli avvocati a rispondere all’appello del re di ottenere un’adeguata difesa, Malesherbes, François Denis Troncht (un ex-magistrato) e l’avvocato Raymond de Sèze.

Luigi comunque non nutriva molte speranze di cavarsela e già nel giorno di Natale lasciò ai notai il suo testamento. Dopo accesi dibattiti che durarono quasi un mese, alle due del mattino del 19 gennaio venne letta la sentenza, che era di condanna a morte. Al re venne concesso di essere confessato da un frate fidato, a cui affidò una copia del testamento nella paura che la Convenzione non pubblicasse quello che gli aveva precedentemente consegnato. Poi venne portato dalla sua famiglia, a cui comunicò personalmente il verdetto a lui sfavorevole; dal figlio ottenne la promessa di perdonare i suoi nemici. La mattina del 21 gennaio venne portato alla Place de la Révolution, dove era stato allestito il patibolo. Fece in tempo a gridare «Muoio innocente dei delitti di cui mi si accusa. Perdono coloro che mi uccidono. Che il mio sangue non ricada mai sulla Francia!» prima che la mannaia della ghigliottina gli tagliò la testa.

Un avvenimento che sdegnò l’intera Europa e gettò la Francia in una serie ininterrotta di guerre che si concluse solo a Waterloo 22 anni dopo.

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