15 dicembre 1702: La vendetta dei 47 Ronin

Storia

15 dicembre 1702: La vendetta dei 47 Ronin

Una delle storie più popolari del Giappone, col tempo divenuta l’esempio principe dell’ideale del bushido, il codice di condotta dei guerrieri giapponesi, è quella riguardante la vicenda dei samurai di Asano Takumi no kami Naganori.

Nel marzo del 1701, nella capitale Edo, l’odierna Tokyo, come ogni anno si teneva la Cerimonia del Ringraziamento. Come da consuetudine il governo dello Shogun incaricava due daimyo, i signori feudali del tempo, di provvedere all’organizzazione e alle spese dell’evento. Quell’anno toccò ad Asano Takuminokami, signore di Ako, e Dato Sakyonosuke, signore di Yoshida. Data la particolare complessità della cerimonia i due vennero affiancati dal gran maestro di cerimonie dello shogun, Kira Kosukenosuke. Per il suo aiuto il maestro doveva ricevere dei doni dai due daimyo; quelli di Asano furono giudicati abbastanza miseri da Kira, che per ripicca istruì il nobile in modo sbagliato. Per questo compì molti errori durante le celebrazioni, e nonostante avesse capito l’intenzione di Kira non fece rimostranze.

Si arrivò all’ultimo giorno della festa, e i due daimyo insieme a Kira stavano aspettando davanti alla sala delle cerimonie dello Shogun l’arrivo degli invitati imperiali. Nel mentre giunse un samurai a chiedere alcune informazioni ad Asano. Kira lo interruppe gridando che era inutile chiedere cose ad Asano, che era totalmente ignorante in fatto di cerimonie, ma doveva rivolgersi a lui. Ferito nell’onore non poté più trattenersi e con la spada colpì il maestro sulla fronte. Subito disarmato e imprigionato, fu condannato a morte dallo Shogun in persona, che prese il gesto come un’offesa personale. A nulla valsero le parole dei suoi consiglieri che ritenevano eccessiva la condanna vista l’evidente provocazione ricevuta da Asano. L’unica cosa che riuscirono ad ottenere era che il condannato potesse usufruire del seppuku, il suicidio rituale che permetteva di morire con onore. Ad uno dei suoi samurai che gli fece visita prima di compiere il gesto consegnò il suo tanka, una poesia dell’addio

Passa il vento,
cadono i fiori,
più che la loro scomparsa,
quella della primavera mi sta a cuore.
Come spiegarmi
?

In cui si crucciava di non potersi vendicare.

Alla sua morte tutte le sue proprietà furono confiscate ed i suoi fedeli 300 samurai divennero ronin, guerrieri senza padrone. A capo di questi vi era Oishi Kuranosuke che, insieme ad un centinaio dei suoi uomini più fedeli, decise di votare la sua vita alla vendetta. Per prima cosa, siccome secondo la rigida etichetta sociale giapponese dell’epoca, un’eventuale condanna per la compiuta vendetta sarebbe ricaduta sull’intera famiglia, cominciarono a comportarsi in modo dissoluto e sconveniente, facendosi ripudiare dalla famiglia e disconoscere dagli amici. Poi per ingannare le spie di Kira, che nel frattempo temendo per la propria vita si era rifugiato presso il daimyo di Yonezawa, si sparpagliarono e condussero una vita randagia. Quando la sorveglianza del maestro di cerimonie si allentò, i congiurati, ormai ridotti ad una cinquantina, decisero che era il momento di agire. Ritornati a Edo nel 1702, cominciarono a spiare Kira, per conoscerne abitudini e attività. Vennero così a sapere che il 14 dicembre avrebbe tenuto un fastoso banchetto nella sua residenza.

Quei rimanenti 47 ronin decisero che sarebbe stato quello il giorno in cui la loro vendetta sarebbe stata compiuta. Recuperate le armi che avevano precedentemente nascosto si divisero in due gruppi. Venti samurai avrebbero assalito l’entrata principale, gli altri sarebbero penetrati dall’entrata posteriore. Nonostante i guerrieri posti a difesa del palazzo fossero molti di più, nulla poterono contro la forza e la determinazione dei ronin. Uccisili tutti cominciarono a cercare Kira, che nel frattempo si era nascosto, per tutta la residenza. Lo trovarono nel deposito della legna. Oishi gli concesse il seppuku, ma siccome rifiutava di farlo gli staccò di netto la testa con la stessa spada con cui Asano si uccise. Poi deposero la testa e la spada sulla tomba del loro padrone a suggellare che il suo torto era stato finalmente vendicato. Dopo di che si consegnarono alle autorità. Il governo si trovò in difficoltà nel giudicare l’operato dei samurai, che nel frattempo erano stati confinati separati in quattro gruppi nei castelli di altrettanti daimyo, visto il favore popolare di cui godevano dopo la loro impresa, e il fatto che era comunque un loro diritto vendicare il proprio padrone.

Alla fine si optò, tra numerose proteste, per concedergli il seppuku. Il 4 febbraio 1703, Oishi e i suoi si tolsero la vita; i loro corpi vennero cremati insieme e tumulati accanto alla tomba di Asano. Ancora oggi la loro tomba nel piccolo cimitero al tempio di Sengakuji, che significa “collina della primavera” e al cui ingresso svetta una statua di Oishi Kuranosuke, è meta di pellegrinaggi, a simboleggiare che il tempo trascorso non ha scalfito l’importante significato morale che le loro gesta hanno dato alla società nipponica.

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