15 marzo 44 a.C. : Le Idi fatali COMMENTA  

15 marzo 44 a.C. : Le Idi fatali COMMENTA  

Erano passati più di cinque anni da quando aveva oltrepassato il Rubicone segnando una nuova era della storia romana e, dopo aver vinto ovunque in Europa, Asia e Africa mettendo fine alla guerra civile, Giulio Cesare poteva finalmente dedicarsi a quella riforma amministrativa e sociale che era nei suoi programmi fin da quando decise di entrare in politica decenni prima.

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Dopo essersi fatto assegnare la carica di dictator a vita, si attivò per limitare lo strapotere dell’oligarchia senatoriale, che ai suoi occhi era la causa principe del decadimento della Repubblica, limitando la durata delle cariche dei magistrati e i loro poteri; oltre a riorganizzare il sistema monetario, l’esercito, l’amministrazione locale, la politica economica, il calendario e la città di Roma stessa, che con la costruzione del suo foro cominciava a trasformarsi in quella splendida città monumentale che sarebbe diventata sotto l’Impero.

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In tutto questo doveva far fronte anche ai continui tentativi dei suoi avversari politici di far passare l’idea che volesse farsi re, con lo scopo di inimicargli il popolo che a lui, cresciuto nel popolare quartiere della Suburra, ha sempre dato il proprio sostegno.

Quest’insieme di nobili che videro ridotti i loro privilegi, ex nemici di Cesare da lui perdonati che non avevano mai smesso di odiarlo, seguaci cesariani mai contenti delle elargizioni del generale e idealisti che auspicavano a un ritorno alle origini della Repubblica, non tardò a riunirsi e a congiurare per l’eliminazione del dittatore.

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Dopo vari tentennamenti si decise di agire prima della sua partenza per l’Oriente per combattere i Parti. La scelta del giorno cade sulle Idi (il giorno 15) di Marzo durante la prevista seduta del Senato. Seduta a cui tra l’altro Cesare non voleva partecipare in quanto non in perfette condizioni, fu infatti Decimo Bruto, uno dei congiurati nonché suo ex legato e lontano nipote, a doverlo convincere ad uscire. Una volta entrato in Curia, ad un segnale prestabilito dato da Publio Servilio Casca i congiurati si gettarono su di lui con i loro pugnali. Nonostante la strenua difesa venne raggiunto da 23 coltellate, di cui a quanto pare solo una realmente fatale. Si spense così uno dei più grandi uomini della storia, tanto da far diventare il proprio nome sinonimo di condottiero in tutto il mondo ( ad esempio il tedesco kaiser e il russo zar).  Come ogni grande momento storico molte leggende sono sorte sull’avvenimento, come il gran numero di prodigi inspiegabili avvenuti prima e dopo l’assassinio, o le frasi storiche attribuite a questo o a quel personaggio (una su tutte il “Anche tu Bruto, figlio mio” di shakespeariana memoria). Comunque i piani dei congiurati, i cui capi morali vennero identificati in Caio  Crasso Longino e Marco Giunio Bruto, sul ripristino dello status quo non si realizzarono; all’orizzonte si profilava un giovane nipote da poco adottato da Cesare, Caio Ottaviano.

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