17 luglio 1918: La fine dei Romanov COMMENTA  

17 luglio 1918: La fine dei Romanov COMMENTA  

Per il timore che le forze controrivoluzionarie riuscissero a liberarli, il 30 aprile 1918 i bolscevichi decisero di trasferire la famiglia imperiale ed il suo seguito dalla capitale San Pietroburgo a Ekaterinburg, città della parte asiatica degli Urali.

Qui lo zar Nicola II, la zarina Alessandra Fëdorovna, le figlie Olga, Tatiana, Maria e Anastasia, il piccolo e malato Alessio, il medico Eugene Botkin, l’inserviente Alexei Trupp, il cuoco Ivan Charitonov, e la tata Anna Demidova vennero alloggiati a Casa Ipatiev, dimora “nazionalizzata” di un ingegnere militare e mercante della città, che venne rinominata dai sovietici “Casa a destinazione speciale”.

Qui la prigionia dei reali fu molto dura, caratterizzata da continue vessazioni dei carcerieri; la situazione cambiò con l’arrivo del commissario Jakov Michajlovič Jurovskij, questi rimise in riga le guardie e si dimostrò gentile verso i prigionieri.

Il vero incarico di Jurovskij però era organizzare ed eseguire l’esecuzione dei Romanov, dato che l’avvicinarsi dell’Armata Bianca alla zona rendeva possibile un tentativo di liberazione dello zar.

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Non volendo però le guardie rosse della casa sparare anche sui figli, dovette reclutare degli ex prigionieri di guerra austro-ungarici che avevano aderito alla rivoluzione per eseguire quell’ingrato compito. Nella notte tra il 16 ed il 17 luglio disse ai prigionieri di prepararsi a partire perché sarebbero stati spostati poi, fatti mettere in posa con la scusa di una foto in una stanza al pianterreno preparata appositamente, Jurovskij diede l’ordine ai 10 uomini armati di revolver che erano nella stanza accanto di entrare. Solo allora i condannati compresero la loro sorte. Il primo a cadere fu lo zar, colpito dallo stesso Jurovskij, poi tutti gli altri. Particolarmente lunga e dolorosa fu la fine delle quattro principesse visto che i gioielli che si erano cucite all’interno dei propri vestiti, per nasconderli alle guardie, facevano rimbalzare i proiettili; solo dei colpi alla testa e con la baionetta misero fine alle loro urla. Il tutto si svolse in una ventina di minuti. I cadaveri, tranne due che vennero bruciati lungo la strada quando la camionetta su furono caricati si impantanò, vennero smembrati a colpi d’ascia, cosparsi di acido solforico e gettati in una cava abbandonata dove vennero dati alle fiamme. Si metteva così la parola fine alla casa regnante di Russia. E’ curioso notare come i Romanov trovarono la fine in una casa omonima del monastero, il monastero Ipatiev appunto, dove il capostipite della loro dinastia, Michele Romanov, venne nominato per la prima volta zar. Oggi sul luogo dello sterminio sorge la Cattedrale sul sangue, che commemora i Romanov che lì trovarono la morte, canonizzati dalla chiesa ortodossa russa.

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