2 luglio 1839: La rivolta della Amistad

Storia

2 luglio 1839: La rivolta della Amistad

Catturati brutalmente in Sierra Leone per ridurli in schiavitù, 56 persone di etnia Mendi, 52 adulti e 4 bambini, vennero condotti a L’Avana sulla nave negriera portoghese Tecora dopo aver attraversato l’Atlantico in condizioni inumane, costretti a terra nella stiva da pesanti catene. Nella capitale cubana vennero venduti a due spagnoli, José Ruiz e Pedro Montez, che avevano intenzione di vendere illegalmente quegli uomini in qualche piantagione degli stati del sud. Il 26 giugno presero il mare sulla nave La Amistad del capitano Ramon Ferrer. Alla prima occasione il “carico” della nave si ribellò, e guidati da Sengbe Pieh (successivamente chiamato Joseph Cinque) presero possesso della nave eliminando gran parte dell’equipaggio. Ai superstiti ordinarono di essere riaccompagnati in Africa ma questi con l’inganno diressero la nave verso gli Stati Uniti. Al largo di Long Island vennero intercettati dalla USS Washington, e gli schiavi, che non conoscendo l’inglese non poterono raccontare la propria storia, vennero arrestati e condotti a New Haven nel Connecticut.

Il processo che ne seguì si concentrò sull’ammutinamento dei Mendi, non approfondendo il motivo della loro presenza su quella nave (negli Stati Uniti era illegale importare schiavi dall’Africa). Le cose cambiarono grazie all’interessamento di un apposito comitato che, incarnando quello spirito abolizionista che attraversava la società americana negli anni precedenti la guerra di secessione, si assunse l’incarico di fornire aiuto a quegli uomini. Dopo aver trovato un interprete mendi nel porto di New York e fatto luce così sull’intera vicenda, la Corte Suprema degli Stati Uniti, dopo l’arringa difensiva dell’ex presidente John Quincy Adams, concesse la libertà a tutti gli ammutinati della Amistad, riconducendoli inoltre nella loro terra.

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