25 aprile a via Tasso

Roma

25 aprile a via Tasso

Il 25 aprile a Roma.

Molte le iniziative. Si corre per la pace, si ricorda la lotta partigiana sfilando per la città. Ma sicuramente un luogo della Liberazione, oggi simbolo della memoria si trova al civico 145 di via Tasso nel palazzo eretto verso la fine degli anni Trenta ed affittato in blocco dall’Ambasciata tedesca per ospitare uffici diplomatici, tra i quali venne insediato l’ufficio di collegamento tra la polizia politica tedesca e quella italiana, affidato al maggiore delle SS Herbert Kappler.

Durante l’occupazione tedesca di Roma lo stabile venne occupato dal comando di polizia tedesca e divenne la sede del servizio di sicurezza (Sicherheitdienst-SD) e della polizia di sicurezza (Sicherheitdienst polizei -SIPO).

“Via Tasso divenne tristemente famosa come luogo dove si poteva essere portati anche senza alcun motivo e da dove si poteva finire diretti al tribunale di guerra, deportati o detenuti al carcere di Regina Coeli.

Circa duemila tra uomini e donne vi passarono per essere sottoposti ad interrogatori, torture ed altre violenze. Non vi furono, infatti, solo militari passati in clandestinità o partigiani, ma anche uomini e donne, anziani e ragazzi, cittadini di ogni classe e ceto.”

“Il 15 giugno 1950 la principessa Josepha Ruspoli in Savorgnan di Brazzà donò allo Stato quattro degli appartamenti siti al numero civico145, dov’erano state celle di detenzione dei prigionieri. Nell’atto di donazione vi era l’esplicita clausola della realizzazione in via permanente, a loro interno, del Museo storico della Lotta di Liberazione di Roma.”

Il museo venne inaugurato il 4 giugno 1955. E’ composto di tre piani, oltre al piano terra che racchiudono la memoria delle torture e delle segregazioni a cui erano sottoposti i prigionieri: stanze, appartamenti tramutati in celle carcerarie con finestre murate, incisioni sui muri e brandelli di memoria appesi ovunque.

Tralasciando il pian terreno (dove si trovano sala d’accoglienza, sala conferenze e biblioteca), saliamo al primo piano; qui comincia il viaggio nel dolore.

C’è la cella, originariamente una cucina che ospitò Luigi Lanza di Montezemolo, fucilato alle Fosse Ardeatine, mentre nelle altre stanze sono esposti manifesti di propaganda, edizioni settimanali dell’ Osservatore Romano (tra cui quello dichiarazione di guerra) e comunicazioni del comandante Bentivegna.

Il secondo piano lascia senza fiato.Le ultime parole dei condannati delle Fosse Ardeatine (24 marzo 1943) i cui nomi e volti sfilano in una stanza adibita alla loro memoria, mentre un altro ambiente è dedicato alla memoria dei caduti del Forte Bravetta. La cella di segregazione, un ex ripostiglio cieco, privo di finestre, dove venivano stipate persone che hanno lasciato traccia del loro passaggio sui muri, con scritte di disperazione e di speranza, ma c’è segno anche di lucidità moniti e comunicazioni. Da brivido.

Al terzo piano, si è oramai sopraffatti dall’evidenza dell’atrocità. Si ritrova identica la cella di segregazione del piano inferiore, nelle altre sale testimonianze documentarie dell’attività clandestina partigiana e patriottica, mentre nell’intero dirimpetto del medesimo piano, un’unica sala ricorda il rastrellamento del Ghetto e la Shoa.

Tuffo nel passato, nel dolore.

Da brivido. I muri trasudano l’orrore che hanno ospitato. Un’occasione di riflessione da compiere almeno una volta.

Meno male che fuori c’è il sole

Valeria Parisi

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