26 aprile 1986: Il disastro di Cernobyl

La centrale nucleare di Cernobyl, oggi al confine tra Ucraina e Bielorussia, era all’epoca una delle più grandi e importanti dell’URSS e dell’Europa, nonché fiore all’occhiello dell’ingegneria sovietica.

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Alle 1:23:45 il reattore numero 4 esplose violentemente, proiettando in aria il disco di copertura del nocciolo, pesante 1000 tonnellate, e disperdendo nell’atmosfera un’enorme quantità di materiale radioattivo.

Come si accertò in seguito, la causa fu un controllo di sicurezza del reattore eseguito con enorme imperizia da personale non esperto, che provocò un incontrollato aumentò della temperatura il quale, per la forte pressione dei gas venutasi a creare, ruppe i tubi del sistema di raffreddamento; il contatto di idrogeno, ossigeno e grafite ad alta pressione con l’aria causò poi la fortissima esplosione e il successivo incendio.

Il governo sovietico inizialmente cercò di tenere nascosta la notizia ma, quando in Svezia si cominciarono a rilevare eccessivi aumenti della radioattività, fu costretto a rivelare l’accaduto.

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La nube radioattiva infatti nel frattempo si era estesa e spostata dall’Europa orientale alla Scandinavia per poi raggiungere l’intera Europa occidentale, compresa l’Italia, causando vari gradi di contaminazione della flora e dell’aria. I morti nell’area della centrale furono migliaia, e molti altri ancora negli anni seguenti andarono incontro alla morte ed alla malattia a causa della contaminazione. Fu il più grave incidente nucleare della storia ed in molti paesi sollevò un dibattito sull’utilità e la sicurezza di questo tipo di centrali elettriche. In Italia, ad esempio, si ebbe un referendum che proibì la costruzione di centrali nucleari sul suolo nazionale.

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