A teatro si ride, si ironizza e si riflette sull’integrazione degli immigrati di seconda generazione

Cultura

A teatro si ride, si ironizza e si riflette sull’integrazione degli immigrati di seconda generazione

Racconta la storia dei nuovi italiani, Mi chiamo Aram e sono italiano. Storie da Synagosyty, in scena al Teatro dell’Archivolto stasera e domani. Scritto a quattro mani dal regista Gabriele Vacis e dall’attore che ne è protagonista Aram Kian, lo spettacolo intreccia il teatro di narrazione con la memoria dei nostri tempi, dando voce a chi è nato in Italia da genitori stranieri e si trova a dovere convivere tra identità culturali che spesso si contrappongono.

Aram ha alle spalle una classica infanzia degli anni Ottanta, tegolini del Mulino Bianco e compagni di scuola strafottenti, vissuta nella periferia industriale di una grande città del Nord (che nello spettacolo viene identificata con il nome di fantasia Synagosyty); segue una banale adolescenza anni Novanta, condita di musica grunge, cortei studenteschi e serate in discoteca; e infine una comune giovinezza a cavallo del nuovo secolo, fatta di inconcludenti anni universitari e lavoro che non si trova.

Si potrebbe dire che è il ritratto tipico di un trentenne italiano. Se non fosse che il padre di Aram è iraniano e le cose si complicano un po’…

In bilico tra incanto, ironia e tragedia, Aram Kian è uno Zanni padano-orientale che racconta le sue sventure con irresistibile comicità, sempre con lucida ironia, qualche volta con legittima rabbia. Lo chiamano arabo anche se è persiano, lo chiamano straniero anche se è italiano, lo guardano con sospetto come se avesse una bomba nello zainetto. Non è facile vivere così per chi già si trova a dovere elaborare una propria identità e fatica a sentirsi a casa nel paese in cui è nato.

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