30 marzo 1815: Il proclama di Rimini

Dopo aver “trasferito” il fratello maggiore Giuseppe al trono di Spagna nel 1808, Napoleone Bonaparte decise di affidare la vacante corona del Regno di Napoli al suo generale nonché cognato Gioacchino Murat, figlio di un albergatore e valente combattente, anche se privo di quella sagacia tattica alla base dei successi del suo famoso parente.

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Il suo governo fu all’insegna dell’ammodernamento dello stato e fu ben visto sia dal popolo che dalla nobiltà; ciononostante le sue fortune restarono legate a quelle dell’imperatore dei francesi.

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Dopo la sconfitta dei francesi a Lipsia nel 1813 firmò una pace separata con l’Austria per mantenere il trono, ma quando Napoleone fuggì dal suo esilio all’Elba riprese le armi contro gli Asburgo ed organizzò una campagna militare nel Nord Italia.

Acquartieratosi a Rimini, porta d’ingresso della pianura Padana, promulgò un appello a tutti gli italiani, il Proclama di Rimini appunto, nel quale li incitava a sollevarsi uniti contro l’invasore straniero.

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Fu questi il primo documento scritto che testimoniasse l’esistenza di un progetto di unificazione nazionale e molti intellettuali dell’epoca ne rimasero colpiti; Alessandro Manzoni addirittura compose una canzone, poi rimasta incompiuta, intitolata proprio Proclama di Rimini. Purtroppo la sconfitta di Waterloo di Napoleone e la sua sconfitta nella battaglia di Tolentino misero fine al sogno di Murat di unificare la penisola sotto la sua guida. Fu costretto a rifugiarsi in Corsica ed un suo successivo tentativo di riprendersi il Regno di Napoli ne causò la morte. Ma non fu tutto inutile, fu anche grazie a quel suo invito all’unità nazionale che per l’Italia iniziava il Risorgimento.

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