A Calais l’ultimo murales di Bansky: c’è Steve Jobs migrante COMMENTA  

A Calais l’ultimo murales di Bansky: c’è Steve Jobs migrante COMMENTA  

Di solito si parla di lui come dello street artist più provocatorio al mondo: Bansky, l’uomo che si protegge con l’anonimato, quello del quale tutti sanno un sacco di cose, senza che nessuno abbia una vaga di idea di quanto di vero ci sia in ciò che sa.


Da questo alone di mistero, Bansky ha sempre tratto forza: le sue opere sono magiche anche solo per il fatto di apparire senza che mai sia stato possibile rintracciare l’artista quand’è intento a realizzarle. Qualcosa del genere è successo al campo profughi di Calais, dove Bansky ha realizzato il suo più recente murales, scegliendo non tanto la via, per lui più usuale, della provocazione, quanto quella del messaggio esplicito, della considerazione estemporanea, intelligente, che mette in dubbio un’intera impostazione. Su uno dei muri del campo profughi, infatti, è comparso uno Steve Jobs con una sacca sulle spalle e un vecchio computer monitor per mano, un po’ chino, vestito in jeans e lupetto nero. Bansky ha mischiato l’immagine dello Steve Jobs vincente con quella dell’immigrato, che arriva con un povero bagaglio e qualche idea, nel caso specifico già concretizzata nel monitor. Un invito a vedere nei profughi ciò che possono fare di buono, insomma, visto che proprio Steve Jobs era figlio di un profugo siriano accolto negli Stati Uniti.


“Spesso siamo portati a credere che gli immigrati prosciughino le risorse di un certo paese” è la spiegazione di Bansky, secondo quanto ha riferito il Guardian “ma Steve Jobs era figlio di un immigrato siriano.

Apple è la società più redditizia al mondo, paga oltre 7 miliardi di dollari all’anno in tasse ed esiste solo perché gli Stati Uniti hanno accettato di accogliere un giovane uomo da Homs”.

Le autorità locali hanno apprezzato molto l’opera, definita “molto bella” e “ricca di significato”, perciò hanno annunciato che proteggeranno il murales con dei pannelli di vetro.

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Certo, non era quello lo scopo di Bansky, se si vuole attribuirgliene uno, ma pazienza.

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