A proposito di… Shame COMMENTA  

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Se Hunger, in uscita oggi, è già un film difficile e duro, Shame continua lo stesso percorso, ma con un altro indirizzo. Dopo la collaborazione con Michael Fassbender, il regista Steve McQueen non aveva pensato a un altro attore per fare il ruolo principale nel suo secondo film. E Fassbender, che già era dimagrito circa 20 chili per mettersi nei panni e le ossa di Bobby Sands, è stato all’altezza, con una recita che gli valse la Copa Volpi l’anno scorso al Festival di Venezia e il riconoscimento mondiale.

Stavolta la sofferenza del personaggio interpretato da Fassbender, Brandon, non è fisica né imposta per una causa che ritiene giusta, come quella di Bobby Sands in Hunger, ma morale e non la può evitare. Egli soffre di dipendenza sessuale. E la soffre. Per lui il sesso non è più un piacere, avere rapporti casuali con diverse donne ogni volta non è eccitante. Per lui è una croce dalla quale non può uscire fuori. Poi arriverà sua sorella, alla quale non vedeva da tempo, e che era stata anch’essa ferita nella sua giovinezza, come Brandon lo è stato. La sua presenza metterà ancora un po’ di disordine nella sua vita…

La recita di Fassbender è stravolgente. Egli è davvero nudo davanti noi, non soltanto del corpo, ma soprattutto dell’anima. Ormai è diventato un automa, uno che non sente, che non vuole sapere niente di nessuno, e che non può controllare i propri impulsi. Si aspettava che fosse nominato per gli Oscar, ma non fu così – ed era abbastanza difficile, perché già la catena Cinemark rifiutò di proiettare il film nelle sue sale in tutto il mondo per la forte natura delle scene sessuali. Carey Mulligan, nel ruolo di sua sorella, è anche lei eccellente.

Non è un film di sesso né soltanto sul sesso, ma piuttosto sulla sofferenza e il danno che provoca la dipendenza, e la disperazione di non poter uscirne fuori. Un degno compagno di Hunger.

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