Addio 118, la riforma dell’Italia impone l’addio al numero delle emergenze

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Addio 118, la riforma dell’Italia impone l’addio al numero delle emergenze

Lo si è spiegato a tutti, per decenni, finché i numeri magici sono diventati preziosi, entrati quasi a far parte del patrimonio culturale italiano.
Emergenza medica? 118. Furti, arresti, guai vari? 112 per i carabinieri, 113 per la polizia. Incendi? 115 per chiamare i vigili del fuoco.
Troppo complesso, almeno a giudizio del governo presieduto dal premier Matteo Renzi che, lo ha ribadito anche pochi giorni fa da Tokyo, vuole un paese più semplice, snello, con la burocrazia mandata al minimo, nell’impossibilità mal digerita di poterla eliminare.
E allora sotto. La riforma della pubblica amministrazione, nonostante le minacce di ostruzionismo da parte della minoranza ribelle del Pd, è diventata legge grazie al voto favorevole raccolto ieri pomeriggio in Senato.
Ci si aspetta molto, da questa riforma, inutile negarlo, perché l’Italia soffre di un blocco strutturale, in molti casi, legato proprio a un cattivo funzionamento della macchina statale. Ci si aspetta molto e, tanto per cominciare, si inizia con l’abolizione di tutti i numeri di emergenza, per lasciare spazio ad un unico, magico numero.
Da oggi, infatti, al netto del fatto che la riforma PA è una legge, quindi stabilisce criteri e linee guida, ma, per camminare fra i mortali, avrà bisogna di un imprecisato numero di decreti attuativi, in un qualunque caso di emergenza si digiterà soltanto il 112.

Un sistema centralizzato valuterà il tipo di emergenza affidandone la gestione all’organo più appropriato.
In pratica, in modo del tutto coerente con l’idea di semplificazione e snellimento delle attività della pubblica amministrazione, da domani non saranno più i cittadini a valutare, a titolo gratuito, chi chiamare in base al tipo di emergenza, ma lo Stato, nell’ottica di evitare pericolosi sprechi.

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