Addio a Chinaglia, ribelle bomber del calcio italiano COMMENTA  

Addio a Chinaglia, ribelle bomber del calcio italiano COMMENTA  

Sono giorni amari per il calcio italiano. Dopo l’improvvisa scomparsa di Franco Mancini e l’addio ad Antonio Ghirelli, uno dei padri del giornalismo sportivo e non solo, il 1° aprile, giorno che ha dato i natali a tanti miti del pallone italico, da Roberto Pruzzo ad Alberto Zaccheroni fino ad Arrigo Sacchi, è stato quello della morte di Giorgio Chinaglia. Il popolare Long John è scomparso nelle prime ore del pomeriggio italiano, prima mattina in Florida, dove Chinaglia viveva ormai da anni, a causa di un arresto cardiaco, conseguenza di un infarto che l’aveva colto venerdì mattina ma dal quale sembrava essersi parzialmente ripreso. Aveva 65 anni. Una fine triste, quella di Chinaglia, che era latitante dal 2006, anno in cui iniziarono i suoi problemi con la giustizia italiana a causa di due pesanti accuse: quella di riciclaggio e favoreggiamento camorristico mossagli dalla Direzione Distrettuale di Napoli e quella di aggiotaggio ed estorsione dalla Procura di Roma, legata alla mai chiarita scalata al vertice della sua Lazio dietro la quale gli inquirenti videro la mano del clan dei Casalesi.


Brutte storie che se non furono capaci di cancellare lo sterminato amore che il popolo laziale continuava a riservare ad uno dei migliori centravanti della sua storia gettarono comunque un’ombra sinistra sul dopo calcio di Chinaglia, i cui guai cominciarono comunque più di trent’anni fa proprio quando, dopo una trionfale chiusura di carriera ai Cosmos di New York, tornò trionfalmente per fare il presidente della Lazio salvo essere protagonista di anni oscuri con la retrocessione del 1985, lasciando poi il club sull’orlo del fallimento pochi mesi dopo. Chinaglia non nacque campione: la sua forza fisica ed i suoi ridotti mezzi tecnici furono sgrezzati con il tempo ed il duro lavoro, capaci di superare anche i limiti di un carattere indomabile, fin troppo. Sono 98 i gol in 209 partite solo di campionato con la maglia della Lazio in sette stagioni quasi complete, dal 1969, quando fu la guida di una squadra neopromossa, fino alle battute conclusive del 1976 quando Chinaglia lasciò la maglia biancoceleste sbattendo la porta per trasferirsi in America a causa dello scarso impiego da parte dell’allenatore Maestrelli.


In mezzo tante reti ed emozioni: dalle 21 con cui trascinò nuovamente la squadra in A nel 1972 alle 24 che valsero un’impresa mai ripetuta nella storia del calcio italiano, quello di vincere uno scudetto da neopromossa.

Su quella Lazio, divisa in clan all’interno dello spogliatoio ma incredibilmente unita in campo, si sono versati fiumi d’inchiostro ma quello di oggi è l’ennesimo lutto che colpisce un gruppo che sembra maledetto: dalla tragica fatalità costata la vita a Re Cecconi all’incidente di Frustalupi senza dimenticare la scomparsa di Maestrelli pochi mesi dopo quel trionfo.

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Chinaglia ebbe poca fortuna in Nazionale nella quale ha disputato appena quattordici partite: oggi tutti ricordano quel gesto in mondovisione al ct Valcareggi durante l’infausto Mondiale ’74 ma in generale in maglia azzurra Long John non riuscì mai a ripetere le gesta compiute con la Lazio, forse proprio a causa di quei limiti caratteriali che gli hanno impedito il salto definitivo. E che gli sono costati un mesto addio.

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