Addio a Petrini: calciatore “maledetto” ed inflessibile accusatore

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Addio a Petrini: calciatore “maledetto” ed inflessibile accusatore

Ora di lui rimangono i libri-denuncia con cui scoperchiò il pentolone del malaffare calcistico dentro e fuori dal campo, spontanea espiazione di una vita che del male aveva fatto quasi una bandiera tra partite comprate e vendute e doping libero. Una vita che oggi ha presentato il previsto conto: Carlo Petrini è morto a 64 anni all’ospedale di Lucca, dov’era ricoverato da qualche settimana, piegato da una lunghissima malattia, una grave forma di glaucoma, che ne ha minato il fisico ma non la testa, ben lucida nel maturare il pentimento per una prima parte di esistenza piena di errori. Quando uscì “Nel fango del dio pallone”, la sua autobiografia datata 2000, il male l’aveva già aggredito, rendendolo quasi cieco e comunque seriamente limitato sul piano fisico. Fu un’ammissione di colpa per aver accettato la somministrazione di farmaci e non solo durante la sua lunga carriera ma in quelle pagine Petrini non risparmiò neppure accuse pesanti ai medici del tempo oltre che ai dirigenti, troppo disinvolti nel vendersi partite ed interi campionati.

Una pratica colpevole e vergognosa cui però Petrini non seppe sottrarsi al tempo del primo calcioscommesse, quello del 1980, del quale denunciò le omissioni in particolare riguardo alla partita Bologna-Juventus, che vide i bianconeri scagionati.

Le sue accuse arrivarono fino ai giorni nostri: dal suo celebre concittadino Luciano Moggi, che Petrini (nato a Monticiano, in provincia di Siena, il 29 marzo 1948) additò negativamente ben prima dello scoppio di Calciopoli proprio a causa dello scandalo-scommesse nel quale Moggi, allora dirigente della Lazio, avrebbe chiesto a Petrini di coinvolgere la Juventus per aumentare la portata dei club coinvolti e diminuire le pene, per arrivare ad occuparsi pure degli intrecci tra calcio, malavita e cronaca nera nel libro “Il calciatore suicidato”, primo documento a denunciare con coraggio che quel 18 novembre 1989 Denis Bergamini non poteva essersi suicidato sulla statale Ionica. Come puntualmente dimostrato dai recenti approfondimenti giudiziari. Ecco perché Petrini non ha incarnato solo il male nella sua vita all’interno dello sport.

Ma prima di pentirsi, prima di rendersi protagonista di una celebre ospitata al Maurizio Costanzo Show in cui, provato e non vedente, chiese perdono al figlio malato di tumore al cervello che nel ’95 aveva rivolto un disperato appello al padre, residente in Francia per una brutta storia di evasione fiscale.

Petrini era stato anche un buon attaccante dotato di una più che apprezzabile tecnica nonostante il fisico massiccio pur non essendo particolarmente prolifico sotto porta eccetto il positivo biennio al Catanzaro a metà anni ‘70. Tante le squadre importanti in cui aveva giocato: dal Milan, con cui giovanissimo vinse da comprimario la Coppa dei Campioni nel 1969, al Torino dove vinse la Coppa Italia nel ’71 fino al Bologna società dove, secondo quanto dichiarato dallo stesso ex giocatore, fu avviato ad una lunga serie di pratiche viziose e scorrette, capaci di condizionarne il proseguimento di una vita sofferta e difficile.

Ma non di fissarlo nell’immaginario collettivo solo come un cattivo esempio.

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