Addio a Pietro Ingrao, maestro di passione politica COMMENTA  

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Pietro Ingrao è morto ieri a Roma, all’età di 100 anni e una manciata di mesi.
Dirigente del Partito Comunista Italiano, deputato per quarant’anni e presidente della Camera dal 1976 al 1979, giornalista e direttore dell’Unità, partigiano.

“Con Pietro Ingrao scompare uno dei protagonisti della storia della sinistra italiana” ha commentato il presidente del Consiglio Matteo Renzi “a tutti noi mancherà la sua passione, la sua sobrietà, il suo sguardo, la sua inquietudine che ne hanno fatto uno dei testimoni più scomodi e lucidi del Novecento, della sinistra, del nostro Paese”.
Pietro Ingrao è sempre stato l’uomo ‘un po’ più a sinistra’, anche nelle stesse fila del partito comunista, alla cui trasformazione in Pds si oppose, tanto da abbandonarlo nel 1993 per passare a Rifondazione Comunista.

Fedele all’ideale comunista fino all’ultimo, eppure con una coscienza politica di spessore enorme, una dimensione acquisita con la riflessione, la critica e l’autocritica.

Memorabile l’aneddoto sull’invasione dell’Ungheria, nel 1956, quando, giornalista all’Unità, si rivolse all’allora direttore Palmiro Togliatti mostrandosi dubbioso circa la giustezza dell’azione di Mosca.”Di fronte alla mia incertezza, ai miei dubbi” raccontò Ingrao “Togliatti fu molto freddo.

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Mi disse che non bisognava avere dubbi, e per tagliar la conversazione usò questa frase: ‘oggi ho bevuto un bicchiere di vino in più…’ Non ebbi la forza di reagire”.
Dopo il colloquio, Ingrao scrisse, in difesa dei sovietici, l’editoriale che per il resto della sua vita definì un “errore”.
“Due occhi soltanto ha ciascuno di noi / migliaia invece il partito ne ha / e vede non meno di sette città / mentre una alla volta e non più / ciascuno da solo né scorgerà”, scriveva Bertold Brecht in “Lode al Partito”.
La fedeltà al partito è stato il filo conduttore della vita politica di Pietro Ingrao, ma ad ispirarla non è stata solo la convinzione in una ideologia, con la quale si può o meno essere d’accordo, bensì la maturità di una coscienza così forte da potersi spingere fino all’autocritica, quella forma di umile analisi così poco praticata che fa riconoscere un errore, sufficiente da sola a suscitare ammirazione.

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