Addio al bikini

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Addio al bikini

Un tempo il bikini era sinonimo, ammiccante, ma non discutibile, di sesso, estate e gioventù. Ma negli ultimi anni si è registrato un calo nelle vendite.

L’immagine dell’outfit dell’estate 2016 è più o meno questa: Simone Biles in un body tutto stelle e strisce e lustrini alle Olimpiadi di Rio. Uma Thurman in dolce vita per il prossimo calendario Pirelli. Taylor Swift vestita con una maglia color senape e scarpe basse stringate, mentre passeggia sulla spiaggia con Tom Huddleston. Bella Hamid, completamente nuda tranne che per due rose rosse in posizione strategica, nel numero di settembre di Vogue Francia.

Avete notato cosa manca? Il bikini. Per mezzo secolo l’iconografia dell’estate e il bikini sono stati elementi praticamente intercambiabili. Un bikini, un’abbronzatura, una spiaggia: ecco come doveva essere l’estate. Ma il bikini ha fatto il suo tempo. I rivenditori segnalano un aumento nelle vendite di costumi da bagno interi (30% anno su anno da Selfridges, 65% sul negozio online Figleaves) mentre Victoria’s Secret sta chiudendo la sua linea “Swim” dedicata a bikini ridottissimi, e prevede di usare lo spazio in negozio per ampliare l’offerta di abbigliamento sportivo e per il tempo libero.

Sulla scia della questione burkini, sarebbe vedere la fine del bikini come danno collaterale nella guerra culturale che si sta combattendo sulle spiagge europee.

Che il burkini rappresenti una minaccia a cui bisogna strenuamente resistere impiegando pure le forze armate, è un sinonimo di come le convinzioni in merito al corpo femminile, per cui sono stati concepiti questi capi di abbigliamento, siano viste alla stregua di un vero e proprio pericolo. Sarebbe allettante considerare il declino del bikini come status symbol contro l’avvento un abbigliamento molto più modesto come simbolo politico, ma la realtà non è così semplice.

Il problema non è che il bikini è troppo sexy per il 2016. Il problema è che il bikini è sinonimo di un sano, rispettabile, assolutamente indiscutibile sex appeal che non esiste più. Non è solo una questione politica. L’accesso illimitato ad immagini di nudo offerte indiscriminatamente da internet, ha reso il bikini anacronistico. Nell’epoca delle immagini NSFW (contenenti materiale sessualmente esplicito), il caro vecchio bikini ha perso il suo fascino. Inoltre la crescente ostilità nel campo dell’immagine corporea, e il fatto che l’espressione “corpo da bikini” sia diventata controversa, rappresentano un ideale che ci piacerebbe poter odiare.

Il bikini ha trionfato per tutta la seconda metà del 20° secolo perché rappresentava un ideale di sessualità, estate, libertà e giovinezza che era allusivo quanto bastava per essere irresistibile, ma non necessariamente discutibile.

Sentirsi a proprio agio in bikini era un’ideale ma, fino all’era dei selfie photoshoppati e degli Insta-model, quando l’ideale corporeo è diventato impossibile da raggiungere, non era un concetto irrealizzabile o alienante.

Grazie alla sua evanescenza il bikini era supportato da un consenso che ora è sotto attacco, e non da parte di un solo nemico, ma da tutte le parti. Il bikini era provocatorio quanto bastava e del tutto rispettabile, una linea sulla quale è estremamente difficile muoversi.

L’avvento del burkini era stato previsto da quello del caftano. Quando la super abbronzatura degli anni 80 e dei primi anni 90 è stata offuscata dal millennio salutista di sapore bohémien, il caftano ha trovato il suo posto in valigia.

Aumentò la consapevolezza dei pericoli provocati dai danni causati dal sole, il bisogno di abbronzare quanta più pelle possibile andò via via riducendosi e una nuova industria di “moda mare” – abiti, catenine da pancia, tatuaggi dorati – crebbe fino a riempire uno spazio che prima era occupato da prodotti per l’abbronzatura. Contemporaneamente l’aumento di paparazzi a caccia di scatti ha creato una serie di immagini nuove e martellanti. Se non eri perseguitato dalle immagini delle attrici che apparivano fantastiche al limite dell’assurdo, eri perseguitato dalle foto che dimostravano come anche le attrici assurdamente fantastiche talvolta, sulla spiaggia, sembravano orrende. Improvvisamente le donne iniziarono a coprirsi di più in spiaggia. L’elegantissimo caftano involontariamente fece sì che la modestia iniziasse a serpeggiare sulla spiaggia molto prima che arrivasse il burkini, ma poiché era decisamente elegante, con uno stile Marrakesh anni ’60 piuttosto che Arabia Saudita del 21° secolo, nessuno lo notò, o quanto meno, nessuno ci fece caso.

Questo senso di serpeggiante modestia prima di mettere al bando i bikini aveva già estromesso il topless, che un tempo era di casa sulle spiagge francesi, spagnole e italiane.

La colpa, ironicamente, è in parte dovuta da regole sartoriali che venivano imposte sulle spiagge europee, e non certo dalla cultura islamica, ma dagli Stati Uniti dove il topless non ha mai preso piede. Le recenti generazioni di adolescenti europee per il loro look da spiaggia non si sono ispirate alle loro mamme e men che meno alle loro nonne ma alla cultura pop americana, dove la parte superiore del costume era al suo posto. Quando Kate Moss ha detto in un’intervista di tre anni fa che prendeva il sole in topless – “Voglio evitare di avere le tette bianche” si è giustificata, con una straordinaria devozione al mono pezzo – questa sua abitudine fu additata come dimostrazione evidente della sua natura ribelle.

C’è un aspetto positivo nel trionfo del costume intero. La nuova iconografia del corpo femminile ha molto a che fare con lo sport e il fitness – e, come tale, prende i suoi canoni estetici dalle piscine, dai tappeti su cui si esibiscono le ginnaste, o dalle scuole di danza – e questo è un passo avanti, sicuramente, rispetto al bikini mai troppo piccolo all’abbinamento tra reggiseno e slip. Ma il bikini, nel suo momento di maggior fulgore, significava divertimento e relax, semi-nudità ma senza altri scopi che leggere e oziare e spettegolare e mangiare gelati. Chi sapeva che quei semplici piaceri sarebbero stati un giorno così discutibili?

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