Africo Vecchio, storia del paese abbandonato COMMENTA  

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Nell’era della immancabile e costante interconnessione, si fatica a pensare di poter trovare ancora luoghi dove il tempo scorre come pare a lui, disinteressato a tutto il resto. Luoghi dove il respiro è ancora lungo, lontano dalla frenesia, dove il rumore che si può sentire, molto spesso, sembra essere soltanto quello del vento.


Sono i borghi dimenticati, quelli di cui l’Italia è piena, quelli che esigenze moderne o calamità naturali hanno condannato a morire, svuotandoli dei loro stessi abitanti. Uno di questi luoghi è in Aspromonte ed è un piccolo paese arroccato sul fianco di un’altura. Si chiama Africo Vecchio. Vi si arriva percorrendo un sentiero che non si può chiamare davvero una strada, e l’abitato più vicino è Bova Superiore, distante circa quindici chilometri.


Fra le due guerre, Africo Vecchio fu studiata e portata a esempio di paese abitato, ma inabitabile, privo di medico, privo di una scuola, isolato dal resto del paese tanto dal punto di vista geografico, quanto da quello culturale, afflitto da periodici terremoti. Nel 1948, si riparlò ancora di Africo Vecchio, perché il giornale L’Europeo mandò lì il suo inviato Tommaso Besozzi, che rilevò come le condizioni del luogo non fossero affatto diverse da quelle descritte decenni prima. Nel 1951 arrivò il colpo finale, nella forma di una pioggia abbondante e insistente che diventò alluvione, distruggendo il borgo. La popolazione fu evacuata e, lì, non ritornò più. Oggi Africo Vecchio è un gruppo di case devastate dal tempo e dai violenti dispetti della natura, ma è anche un luogo in grado di raccontare una storia che non appartiene solo ad una comunità locale, ma a tutto il Meridione e, quindi, all’Italia.


 

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