Anche il mercato del cotone nelle mani del Califfato, magliette “made in Isis” COMMENTA  

Anche il mercato del cotone nelle mani del Califfato, magliette “made in Isis” COMMENTA  

Nei giorni scorsi è stata pubblicata da Le Monde e dai principali giornali francesi (in Italia è stata ripresa dal Corriere della Sera) un’analisi circa le importazioni di cotone da parte dei paesi Europei.


L’analisi è di particolare importanza perché sostiene, in primo luogo, che la produzione di cotone in Siria, paese che fino al 2010 era il decimo importatore mondiale di cotone, non è cessata, o almeno non del tutto.


In secondo luogo, sempre stando all’analisi francese, la produzione di cotone sarebbe finita di fatto nelle mani dell’Isis, a cui frutta un giro di più di 130 milioni di euro all’anno.


Infine, c’è l’aspetto relativo ai paesi esportatori, che, più o meno consapevoli della situazione – perché, come osserva il Corriere della Sera, “la provenienza di questa materia prima (il cotone, ndr) non è tracciabile” – acquistano il cotone proprio dal Califfato, finendo per arricchirlo.

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Secondo lo studio condotto da Anne Laure Linget Riau, esperta di approvvigionamenti nel settore tessile, il 6% del cotone importato dalla Turchia proviene da territori quasi del tutto sotto il controllo dello Stato Islamico.

Non è molto, si potrebbe osservare, ma il problema non sta tanto nella situazione attuale, bensì in come potrebbe evolversi in futuro.

Il cotone proveniente dalla Siria, infatti, non ha un mercato ufficiale, anche perché alcuni paesi (tra cui la Germania, ad esempio), praticano un vero proprio embargo rifiutandosi di acquistare da Damasco per protesta nei confronti del regime di Assad. Di conseguenza, gli uomini dello Stato Islamico possono riuscire a vendere la merce con un sconto molto consistente (si parla di un 20 – 30 per cento), che invoglia molti industriali all’acquisto.

Ci sono perciò tutte le premesse per cui il mercato del cotone possa portare nelle casse dell’Isis introiti ancora più grandi dei già non trascurabili 130 milioni citati in precedenza.

Tutto si riduce, infondo, alla produzione che l’Isis potrebbe essere in grado di garantire: nel 2011, Damasco riusciva a produrre 200 mila tonnellate l’anno di cotone, mentre ora è attorno alle 3 mila.

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