Arabia Saudita, giustiziati 47 terroristi

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Arabia Saudita, giustiziati 47 terroristi

Saudi Arabia's King Abdullah (R) and Foreign Minister Prince Saud Al Faisal (L) attend the United Nations High Level Debate on Interfaith Dialogue at the U.N. Headquarters in New York, November 13, 2008. REUTERS/Jim Young (UNITED STATES)

Quarantasette condanne a morte sono state eseguite in Arabia Saudita negli ultimi giorni, secondo quanto ha riferito il media arabo Al Arabiya citando il ministero dell’interno saudita.

L’accusa, per tutti, è quella di avere progettato o portato a compimento attacchi di tipo terroristico contro la popolazione civile. Con questi ultimi 47, nel solo 2015 le pene capitali in Arabia Saudita sono state 157, cioè circa una ogni due giorni. La modalità è quasi sempre la decapitazione, a volte pubblica, e l’attenzione di diverse associazioni per la protezione dei diritti umani è ai massimi livelli da diverso tempo. Il sistema giudiziario saudita, infatti, sembra essere molto diverso da quelli occidentali: la pena di morte può toccare non solo chi commette reati come il terrorismo o l’omicidio, ma anche chi è accusato di traffico di droga, stupro o, almeno in teoria, adulterio, apostasia e stregoneria. Gli imputati non possono disporre di un avvocato difensore vero e proprio e di recente sono stati riconosciuti, con apposito decreto, ampi poteri discrezionali ai giudici proprio in materia di pena capitale.

Fra gli ultimi quarantasette condannati ci sarebbe anche il leader religioso sciita Nimr Al Nimr, oppositore del regime al potere e infatti già colpito in passato da una condanna per sedizione.

Per lui si sospetta un’esecuzione politica, ma i casi di valutazioni molto dubbie da parte delle autorità saudite sono in realtà numerosissimi. Ad esempio, Amnesty International ha pubblicato qualche mese fa un rapporto sul caso di Al Shammari Lafi, incensurato e giustiziato per reati di droga, arrestato con un’altra persona, condannata invece a dieci anni di carcere, pur avendo precedenti penali. La risposta alle accuse, al momento, rimane quella intravista nelle parole del rappresentante saudita presso l’Osservatorio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, Bandar Al Aiban, secondo il quale la pena di morte in Arabia Saudita si applica “solo a coloro che commettono crimini efferati che minacciano la sicurezza”.

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