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Attentati Parigi e guerra in Siria, la posizione dell’Italia
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Attentati Parigi e guerra in Siria, la posizione dell’Italia

L’eco della strage avvenuta a Parigi lo scorso venerdì non accenna a spegnersi. Non c’è alcun dubbio che si tratti di uno dei fatti più gravi nella moderna storia dell’Europa.

Giusta, per quanto macabra, la definizione data dall’Isis, dell’11 settembre della Francia. E non c’è forse dolore peggiore del dover riconoscere a questi terroristi di essere riusciti a portare a termine un’azione di efficacia e impatto tremendi. Come però era già accaduto all’indomani degli attentati di New York, Londra e Madrid, è fondamentale che la popolazione reagisca ignorando il messaggio lanciato dallo Stato Islamico: occorre fingere di non provare paura, anche se questa, com’è inevitabile che sia, c’è eccome, profonda e radicata. Bisogna andare avanti senza smettere di vivere come si viveva prima di venerdì scorso, in Francia come altrove, o la vittoria dell’Isis sarà davvero completa.

Fra i tanti discorsi pronunciati dai leader mondiali, quelli provenienti dall’Italia spiccano per il richiamo ad evitare di assumere posizioni estreme, nella evidente convinzione che anche questo non possa che favorire il gioco voluto dai terroristi.

Come ogni sfera limite, anche quella dei miliziani dell’Isis deve godere di un vasto appoggio popolare per potersi espletare. Forse queste persone sono davvero una minoranza, ma è altrettanto corretto ipotizzare che siano numerosissime le persone che, sebbene non partecipino in modo diretto alle azioni dello Stato Islamico, non sono abbastanza forti o abbastanza convinte da opporvisi. Le azioni che la comunità internazionale deciderà di intraprendere saranno fondamentali, perché l’obiettivo che i leader potrebbero prefissarsi potrebbe essere non solo quello di sconfiggere l’Isis, ma di indebolirne la forza non solo dal punto di vista morale, bensì culturale.

Parlando dal G20 di Antalya, il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha evidenziato come, al momento, si debba procedere senza “isteria” e con “buon senso”, perché questo “è il momento della determinazione e della saggezza”, che non richiede “nessun tono superiore a quello di cui c’è bisogno”. Il premier si è felicitato con il mondo politico italiano per “il messaggio di unità” mandato, perché “di fronte al terrorismo è bene che le polemiche interne fra i partiti si abbassino di un tono”.

Renzi si è mostrato fiducioso, poi, circa la possibilità che l’Italia possa vincere la guerra al terrorismo, perché “lo ha già fatto in passato”, “è un grande paese che ha sofferto e vinto il terrorismo negli anni Settanta e Ottanta e le stragi di mafia”, “anche in questo caso ne usciremo”. Le premesse hanno poi trovato una indicazione pratica quando Renzi ha voluto evidenziare come strategie di risposta basate sulla sola forza militare rischiano “di farci fare gli stessi errori fatti in Libia”, dove, in effetti, la situazione non è ancora stata ricomposta a distanza di anni e nonostante l’impegno diplomatico profuso dall’ONU. L’invito, generale, ma specifico ai partner europei (Francia e Gran Bretagna in maniera particolare), è quello di procedere “con l’equilibrio che abbiamo sempre dimostrato, senza isterismi e in maniera compatta in Italia e in Europa”.

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