Autismo negli adulti: come integrarsi al lavoro

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Autismo negli adulti: come integrarsi al lavoro

Autismo negli adulti: come integrarsi al lavoro
Autismo negli adulti: come integrarsi al lavoro

Autismo negli adulti è territorio inesplorato. Manca un cambiamento culturale per l’integrazione anche lavorativa. Limiti della risposta

Autismo negli adulti è poco studiato. Pressoché nulli sono anche i servizi in risposta alle esigenze dei disabili autistici quando, dopo la maggiore età, devono per ovvi motivi integrarsi nella società. Con il lavoro, i rapporti di relazione e con tutte le attività che comunemente caratterizzano l’essere umano. In Italia si può dire che i disabili autistici adulti sono a carico delle famiglie. Nei casi più gravi della malattia, la vita sociale è molto ridotta, se non assente del tutto. Per lo più, si limita a gesti routinari e a pratiche ripetute mentre l’inserimento lavorativo, oltre che l’integrazione sociale, è precluso.

Autismo negli adulti: come si presenta

Se l’autismo si manifesta come disturbo già in età infantile(1-2 anni), non bisogna dimenticare che non si guarisce. In età adulta, quindi, si pone il problema dell’integrazione quando i disabili non sono più protetti(nascosti) dentro le mura domestiche.

Per l’esattezza, questo significa che il disturbo delle facoltà cognitive, di linguaggio e di comprensione proprio dell’età infantile, non regredisce con gli anni. Gli stessi sono i sintomi anche in età adulta: fatto, questo, che ne pregiudica enormemente l’inserimento sociale. Solo una piccolissima parte, infatti, conduce una vita autonoma, ha una rete di conoscenze e un lavoro.

Autismo negli adulti: possibili forme di inserimento nel mondo del lavoro

E’ un fatto riconosciuto dai neurologi e dagli studiosi del comportamento che il lavoro per i disabili autistici può migliorare la capacità adattiva e persino contribuire al perseguimento di traguardi nella vita in società. In Italia non esiste una risposta adeguata al problema; esistono però dei tentativi nella direzione. Tre sono le possibilità lavorative offerte:

  1. laboratori protetti
  2. collocamento mirato
  3. con preformazione

Il primo è quello con il maggior numero dei disabili autistici. Il limite è dato dall’essere falsi lavori. Sono trainati dalle sovvenzioni del servizio pubblico, più che dal reale lavoro dei soggetti.

Va perso il senso del lavoro come autoaffermazione individuale e il fine è piuttosto quello di tenere occupati i lavoratori “protetti” in laboratorio. A perdersi sono anche molti doveri: come la puntualità, la responsabilità, la produttività, ecc.

Il secondo è regolato dalla legge 68/99. Il collocamento mirato è di fatto uno strumento valido per soggetti con difficoltà motorie/sensoriali; ma è un fallimento per disabili autistici.

Il terzo prevede una formazione iniziale, ma non dà risultati migliori.

In Italia non esistono strutture ricettive per questi disabili, ma è sicuramente un bene. Dato che, generalmente, il loro scopo non è la crescita e la maturazione dell’essere umano, quanto il loro contenimento e la sorveglianza/segregazione. Come ne sono stato un esempio molti manicomi del passato. Ancora molto è da fare nell’ottica dell’integrazione. Sicuramente non facile, ma certamente migliore con un cambiamento di visione/cultura. Che consideri il diverso un essere umano e non un peso per la società.

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