Baby squillo, le confessioni delle ragazze COMMENTA  

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Il pm ha cominciato l’interrogatorio ai protagonisti della squallida vicenda di sfruttamento e prostituzione che avveniva tra insospettabili della “Roma bene”. Emergono storie di solitudine e disagio, di famiglie complicate e servizi sociali chiamati in causa per non essere intervenuti prima. Agnese è la ragazza più piccola tra le baby squillo, e racconta ai giudici il suo coinvolgimento in maniera molto lucida, al tempo stesso è come se, parlando, si liberi di tutto ciò che la turba e le fa male dentro. “Non ero felice per niente. Svuotavo la testa e dicevo: vabbè, tanto è un’ora, poi è tutto finito”, racconta. Mirko Ieni, lo sfruttatore, era diventato un amico per loro. “Ci dicevamo tutto, anche se avevamo un problema”. La ricostruzione di Agnese chiama in causa la scuola, che non frequentava praticamente mai, i servizi sociali (anche questi mai visti, “tranne quando sono venuti da mio fratello che è malato”, dichiara la quindicenne), i clienti che frequentava (alcuni dei quali, ammette, “mi facevano ribrezzo”).

E poi emerge il difficile, complicato rapporto con la famiglia. Sempre Agnese confida: “Avevo detto a mia madre che spacciavo, non che mi prostituivo, e le davo cento euro al giorno”. Il padre di Agnese non si fa più vedere da quando lei ne aveva tre. La madre di Agnese ora è agli arresti domiciliari e le è vietato di vedere sua figlia. Le indagini intanto proseguono, finora i frequentatori individuati sono quaranta, dieci dei quali hanno richiesto il patteggiamento.


 

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