Berlusconi non si fida nemmeno di Napolitano

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Berlusconi non si fida nemmeno di Napolitano

Il presidente del Consiglio Berlusconi
Non c’è soltanto il cruccio sui finiani a guastare l’ultimo week end di agosto del Cavaliere. Nemmeno il Milan, l’affare Ibrahimovic, le barzellette nello spogliatoio rossonero – dove il premier è piombato a sorpresa in serata dopo un giorno passato in riva al Lago Maggiore – hanno potuto fargli dimenticare infatti la vera “emergenza” di queste settimane, il processo breve. Due problemi – il caso Fini e lo scudo contro i processi milanesi – che finiscono per intrecciarsi, ai quali tuttavia in queste ore se ne è aggiunto un altro che li sovrasta entrambi: l’atteggiamento del Quirinale.
Di Napolitano non mi fido più“, ha ripetuto Berlusconi nelle ultime riunioni dedicate al tema. Molto più del comportamento dei “futuristi” di Fini, con i quali stanno trattando Calderoli e Cota, è il presidente della Repubblica a monopolizzare l’attenzione del premier. Firmerà? Non firmerà? Di questo si discute a palazzo Grazioli, soppesando mosse e contromosse. Lo scenario elaborato dai consiglieri del Cavaliere è infatti da incubo.

A dicembre la Consulta potrebbe bocciare il legittimo impedimento, una “legge-ponte” concepita per arrivare al lodo Alfano costituzionale, per il quale tuttavia si prevedono tempi lunghissimi. A questo punto il processo breve resterebbe l’unica arma a disposizione del premier per sfuggire a una condanna penale (a cinque anni, con interdizione dai pubblici uffici) a Milano.

Ma va approvato immediatamente, prima della fine dell’anno, con una finestra che – al massimo – conta su due mesi di lavori parlamentari. Se Napolitano non lo promulgasse, decidendo di rimandarlo alle Camere, per Berlusconi sarebbe la fine. E i sospetti del premier sul suo interlocutore sono sempre più forti. Durante un colloquio avuto con uno degli esperti di giustizia del Pdl, Berlusconi ha ricordato da dove origina la sua diffidenza: “La legislatura ha iniziato a ballare a partire da un giorno preciso: quando la Consulta bocciò il lodo Alfano, scritto sotto dettatura di una precedente sentenza della stessa Corte.

Napolitano mi aveva assicurato che non ci sarebbero stati problemi, invece non mosse un dito”. Lo sfogo del Cavaliere è proseguito con un’accusa precisa: “Non fece nulla per impedire che i giudici suoi amici, che aveva nominato lui, scrivessero quella sentenza politica. Come faccio a fidarmi di lui?”. Senza contare che, più di recente, Napolitano non ha mancato di riaffermare le sue prerogative costituzionali in tema di scioglimento delle Camere, ribaltando la tesi berlusconiana sulle urne come unica via in caso di dimissioni del governo.

Per la verità ci sarebbe anche un’altra possibilità, quella di approvare un’altra leggina per mettere il premier al riparo dai suoi giudici. Non ci sono infatti solo i finiani e Napolitano a non vedere di buon occhio il processo breve. Gli stessi leghisti, che pure hanno garantito al Cavaliere il loro sostegno, preferirebbero evitare di ingoiare l’ennesima legge ad personam, che l’opposizione venderà anche al Nord come “un’amnistia liberi tutti”.

Raccontano che Niccolò Ghedini stia studiando qualche altro escamotage, ma al momento l’unica strada è quella del disegno di legge già approvato al Senato e fermo da mesi alla Camera.

Quanto a Fini, Berlusconi manda avanti i leghisti Calderoli e Cota senza credere troppo nel risultato di questa ennesima mediazione. Di fatto oscilla tra il desiderio di vendetta e la realpolitik che – come gli stanno ripetendo in queste ore sia Gianni letta che Niccolò Ghedini – impone di trovare un accordo con il presidente della Camera. I finiani infatti non escludono a priori di poter votare lo scudo ammazza-processi. “Fuori da ogni ipocrisia – spiega Benedetto Della Vedova – io personalmente sono pronto a considerare un provvedimento che, con qualche prudenza sull’impatto generale, abbia come effetto quello di togliere Berlusconi da un processo che riguarda reati importanti. Non mi voglio chiamare fuori da questa scelta, sono disposto a votare il processo breve”.

A patto però che cessino gli attacchi a Fini: “Registro con rammarico – aggiunge infatti Della Vedova – che il Berlusconi liberale che conoscevo è diventato l’editore più giacobino e giustizialista che ci sia.

Addirittura apprendo che saprebbe con anticipo quello che il Giornale si appresterebbe a pubblicare, a tempo debito, sul conto di Fini. Non è un aspetto molto… simpatico”. Insomma, i finiani lasciano intendere che, se Berlusconi vuole trattare davvero sul processo breve, la condizione è che cessi immediatamente la campagna del Giornale e di Libero per far dimettere il presidente della Camera. Ma saprà Berlusconi rinunciare alla sua vendetta?

Foto @google.it

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