Bretagna, Faro di Ar-Men: l’Inferno degli Inferni

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Bretagna, Faro di Ar-Men: l’Inferno degli Inferni

Bretagna, Faro di Ar-Men: l'Inferno degli Inferni
Bretagna, Faro di Ar-Men: l'Inferno degli Inferni

Siamo sulla punta della Bretagna e il Faro di Sr-Men fa da vedetta a un luogo sferzato dal vento e rovesciato dalle tempeste. Impossibile viverci.

Ar-MenIl faro d’Ar-Men è un faro marino che è stato costruito tra il 1867 e il 1881 all’estremità della Chaussée de Sein, proprio sulla punta occidentale della Bretagna, in Francia. Si tratta di uno dei fari più famosi. I motivi? Il suo essere molto isolato, le considerevoli difficoltà di costruzione e il pericolo che il suo personale doveva affrontare. E dal momento in cui era considerato un luogo di lavoro estremamente logorante per i guardiani di faro, è stato soprannominato “L’Inferno degli Inferni“. I colpi delle grandi ondate durante le tempeste facevano tremare l’edificio e cadere tutto ciò che era appeso ai muri. Erano periodi particolarmente insopportabili per chi ci abitava. Dal 1990, non c’ più nessuno a far da guardia nel faro di Ar Men, come in tutti gli altri fari Bretoni marittimi.

La storia del faro e le difficoltà della sua costruzione

Ar-menLa storia del faro d’Ar-Men inizia nelle notte tra il 23 e il 24 settembre 1859, quando la fregata imperiale Sané naufragò sulle rocce della Chaussée de Sein.

Le scogliere si estendono per circa 13 miglia marine e sono estremamente pericolose. All’epoca, non esistevano segnalazioni, ad eccezione dei fari di Pointe du Raz e di Sein la cui luce, però, con il cattivo tempo, è scarsamente visibile.

Anni di lavoro sono stati necessari per bucare la roccia e mettere i ferri per la creazione della base del faro. E innumerevoli volte le barche di soccorso hanno ripescato gli operai buttati a mare dalle onde. Ma dopo che il faro venne finalmente ultimato, divenne un incubo per i guardiani che vi dicevano lavorare. Da qui, il suo soprannome: “l’Inferno degli Inferni”.

Storie di guardiani e avvenimenti inverosimili

Ar-Men-3La monotonia della quotidianità era però regolarmente interrotta da ogni sorta di accadimento più o meno inatteso. Innanzitutto, le tempeste, le quali obbligavano i guardiani a chiudersi dentro la torre, per diversi giorni. La violenza delle onde e del vento non permettevano nemmeno di aprire le finestre o, peggio ancora, di uscire sulla galleria della lanterna.

Inoltre, tutto attorno erano colpi sordi e vibrazioni, rumori solitamente causati dalle onde anomale che si abbattevano sul faro. E puntualmente, dopo le tempesta, c’erano le riparazioni da eseguire. Riquadri rotti, vetri della lanterna incrinati, pietre strappate, cucina devastata dall’acqua e anche la porta stessa del faro sfondata.

Non pochi sono stati gli incidenti, talvolta gravi. Nel 1921, ad esempio, il capo-guardiano Sébastien Plouzennec venne travolto da un’onda anomala, mentre si trovava, ai piedi della torre, a osservare col binocolo una nave in lontananza. Nel dicembre 1923, scoppiò un incendio in cucina. La torre divenne un camino e i guardiani dovettero di corsa fuggire all’esterno.

Ma come tutti i fari in mare, si sono anche registrate storie di inimicizie tra i guardiani stessi. Si racconta, ad esempio, che un guardiano che, stanco dei suoi due colleghi, avrebbe deciso di nascondersi sopra un armadio. Dopo inutili ricerche, gli altri due uomini, riuniti in cucina, iniziarono a rimpiangere il collega che credevano, ovviamente, morto.

L’interessato, così, si fece vivo ma fu denunciato dai suoi colleghi che, sentitisi presi in giro, si infuriarono con lui. L’uomo perse l’impiego.

Nel corso della Seconda guerra mondiale, i guardiani d’Ar-Men furono costretti ad accogliere nel faro tre soldati tedeschi. L’occupante aveva imposto che venissero spenti gran parte dei fari francesi. Ma ad Ar-Men, la luce doveva essere accesa solamente al passaggio delle navi della Marina tedesca. Nonostante l’atmosfera tesa che vi regnava, nell’ottobre 1941, il guardiano Francois Violant salvò dall’annegamento un soldato tedesco che s’era gettato nell’acqua per catturare un cormorano che aveva appena abbattuto col fucile.

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