Bridget Jones, gloriosa ambasciatrice del tempo che fu COMMENTA  

Bridget Jones, gloriosa ambasciatrice del tempo che fu COMMENTA  

Bridget Jones, gloriosa ambasciatrice di una bella età
Bridget Jones, gloriosa ambasciatrice di una bella età

Goffa, buffa e con una vita sessuale dissoluta, la signorina Jones ci mostra come è diventata punitiva la politica di oggi

Cercare un pretesto per detestare il terzo film di Bridget Jones è come cercare di tenere il muso mentre un bimbo vi fa il solletico. E’ difficile odiare Renée Zellweger in una qualsiasi delle sue interpretazioni, ma è semplicemente impensabile detestarla quando fa il lip-sync  sulle note degli House of Pain. Mentre vaga nel giardino dei suoi fallimenti e conclude “almeno sono dimagrita, finalmente”, anche in questo caso è difficile avercela con lei. Il talento comico buca lo schermo. Perché stavo cercando di odiarla? Perché era Bridget Jones ed era così che facevamo nel 1990.


Prima che uscisse Il diario di Bridget Jones ci lamentavamo della rubrica omonima, poi del libro, per questioni prettamente femministe. Alla fine è venuto fuori un personaggio che non rappresentava una femminilità leziosa, tutta auto-controllo,  al suo posto c’era un continuo brusio carico di banalità, calorie e incompetenza. Non sapeva fare niente. Non sapeva fare una zuppa, non era capace di stare dritta, aveva tutta la grazia e l’autonomia di una papera, e come non adorarla quando mostrava i suoi mutandoni? Era come se fosse così spaventoso respingere il classico ideale femminile di decoro che dovevamo prostrarci per essere accettate in un altro modo. Malauguratamente era spesso molto divertente. Ma il divertimento avrebbe dovuto aspettare fino a che non avremmo sconfitto  il patriarcato. Sbagliato. No, aspettate, riprovo. Io mi sbagliavo. L’umiliazione autoinflitta e l’umorismo erano inestricabili e racchiudevano una sottile vena di liberazione, sottovalutare questi elementi era un errore. Un grosso errore per citare un altro film politicamente problematico ma apparentemente importante: Pretty woman.


Il primo film di Bridget Jones è uscito nel 2001, in quel tempo esisteva una sorta di simil-biasimo per la Zellweger, ambasciatrice della dittatura americana del corpo che tentava di scimmiottare la sciatteria britannica. Com’è possibile abbattere le coercizioni  del perfezionismo femminile con un’eroina che combatte continuamente con le sue cosce e beve litri di vino, e controlla sempre prima per sapere se Kate Winslet è disponibile oppure no? La differenza tra lei come attrice e lei in qualità di personaggio sembra perdersi nella Zellweger, che era estremamente irritata dai fiumi di inchiostro versati per il suo aspetto fisico, ed è rimasta così. Col senno di poi, capisco il perché. E’ difficile non prendere le cose sul personale quando tutto riguarda letteralmente te come persona.


Ma il terzo film mi ha fatto capire quel che ci manca, politicamente, degli anni ’90. Bridget adesso ha 43 anni e si ritrova in dolce attesa dopo due incontri di una notte, troppo ravvicinati per capire chi è il padre. Probabilmente io non ho il coraggio di dire chi è il padre tra il Mark di Colin Firth e il Jack di Patrick Dempsey, altrimenti questo articolo sarebbe tutto uno spoiler.

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Ho sentito subito la mancanza del femmismo sessista. C’era un tempo, verso la fine del secolo scorso, in cui rifiutavamo la parola “puttana” non per colpevolizzazione della vittima, ma perché non c’era una vittima. L’accusa di “dissolutezza” non aveva senso. Tutto qui. Una donna poteva scegliere di ubriacarsi e fare sesso con uno sconosciuto, e non ci sarebbe stato un grido di aiuto o una violazione, non avrebbe avuto senso, non avrebbe avuto un calo di autostima, l’avrebbe fatto e basta.

Avrebbe potuto fare una mappa dell’esilarante territorio del suo destino sessuale oppure  semplicemente fatto passare del tempo. Non avrebbe potuto essere messa in condizioni di vergognarsi, non perché il Daily Mail non ci avesse provato, ma perché la vergogna è una strada a doppio senso e lei non ne aveva. Il sesso non doveva essere una transazione, con un vincitore ed un perdente (o due perdenti). Non doveva neppure essere una transazione idealizzata dove entrambi i partecipanti si davano reciproca soddisfazione, stile Sex and the City. Poteva esistere al di fuori del concetto di investimento e guadagno, uso e sfruttamento, nello spazio che siamo soliti chiamare vita.

Mi mancano le battute. Ad un certo punto nel film, Bridget Jones’ baby, l’amico gay di Bridget annuncia che adotterà un bambino e dice “Avremo un bambino, un gayino”. Questa battuta è stata possibile solo perché il suo seme è stato piantato in tempi ben più divertenti. Non sarebbe stata scritta in una storia ideata oggi, perché qualcuno avrebbe potuto pensare che era un modo di rendere puerile il concetto di relazione tra lo stesso sesso, qualcuno avrebbe pensato a un tentativo da parte di genitori gay di predicare l’omosessualità ai propri figli e qualcun altro l’avrebbe visto come un modo di enfatizzare l’aspetto sessuale dei piccoli.

Non parrebbe una gran perdita, dato che è un banalissimo gioco di parole, ma è una perdita: la capacità di prendersi in giro è una componente fondamentale, forse un punto di svolta, della legittimità sociale e della fiducia in se stessi. Quando dobbiamo essere sensibili tanto quanto il nostro alleato più sensibile, finiamo in un ambito culturale ancora più limitato, bigotto, permaloso, che simula la mancanza di humor di cui i liberali sono sempre stati accusati.

E mi manca Emma Thompson, o meglio, mi manca il tipo di ruoli che solo Emma Thompson può recitare, sarcastica, intelligente, scettica, appassionata. Provate ad immaginare Theresa May che spiega a Emma Thompson perché ha bisogno di scuole superiori o di un furgone che dice agli immigranti di andare a casa o affrontare la galera; è davvero esilarante.

Più di tutto questo mi manca l’inettitudine, la capacità di accettare gli errori come parte integrante della condizione umana, senza provare a stratificarla per classi sociali o genere e respingerla considerandola come il tipo di cosa di cui sono capaci solo le persone indesiderabili. Per quale tipo di narrativa politica contemporanea va bene Bridget Jones nella situazione attuale? Non è un’approfittatrice  non ha una famiglia problematica, non è una che imbroglia per avere dei vantaggi (per un po’, in realtà, è un salasso per il servizio sanitario nazionale)

Ma non è neppure una che sgobba per la famiglia o una che si ingegna. Non è incinta perché l’ha programmato, o perché può permetterselo, o perché ha un indennizzo per maternità particolarmente redditizio, oppure perché vive accanto ad una scuola elementare d’eccellenza. Non può giustificare la sua decisione, non può nemmeno darle la dignità che merita parlandone, è ben più di un evento fortuito. Non rientra in nessuno dei criteri che nella politica attuale descrivono un cittadino decente. Ma c’è una falla nella politica, che viene mantenuta a galla da una tracotanza moraleggiante incapace di tollerare una battuta se questa va di pari passo con empatia e cameratismo.

Il vero impegno per costruire un “paese che funziona per tutti” non consiste nello stare lì incupiti, intonando uno slogan, ma essere in grado di vedere una persona in circostanze nefaste, provocate in totale autonomia, ed essere dispiaciuti, sapendo che potreste essere al suo posto, e cercando di aiutare.

E questo era l’elemento sovversivo di Bridget Jones. Ogni suo svarione costruisce un legame collettivo sempre più forte e ha reso la visione del mondo egocentrica, limitata, giudicante, ancora  più assurda, più ridicola, impossibile da mantenere,

Ritorna, come Batman, quando ne abbiamo più bisogno.

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