Calciopoli: ecco le motivazioni della sentenza di primo grado COMMENTA  

Calciopoli: ecco le motivazioni della sentenza di primo grado COMMENTA  

Di tutto si sentiva il bisogno in questi giorni meno che di una nuova polemica su Calciopoli. Perché nella settimana che vivrà sul caso-Ibra e sulle inevitabili polemiche successive alla decisione di punire lo svedese con tre giornate di stop e non con le tre che gli avrebbero fatto saltare la sfida scudetto di fine febbraio, nella settimana che vivrà giocoforza degli strascichi dello scambio a distanza Marotta-Braschi, ecco che un’altra puntata della battaglia ormai di retrovia che oppone gli juventini-innocentisti da una parte e gli interisti-colpevolisti dall’altra non aiuterà certo a distendere gli animi. Ma tant’è, ed il fatto che questa settimana venissero depositate le motivazioni della sentenza di primo grado dello scandalo del 2006 era previsto da tempo. Ebbene secondo il Tribunale di Napoli, che ha condannato Moggi a cinque anni e quattro mesi di reclusione, l’elemento “ben più pregnante e decisivo” dell’associazione a delinquere è stato “l’uso delle schede straniere delle quali è risultata la disponibilità procurata da Moggi a designatori e arbitri”.

Moggi viene ritenuto “il capo dell’associazione” visto “il rapporto diffusamente amichevole intercorso tra il dg della Juventus e gli arbitri, che non perde valore indiziante solo perché dagli atti emerge il rapporto di altri arbitri non imputati e addirittura di taluno degli arbitri imputati, come De Santis, altrettanto amichevole con dirigenti sportivi curanti interessi diversi da quelli di Moggi, ad esempio Meani”. Ma i punti a favore del partito degli innocentisti non mancano. Perché il riferimento al “continuo e prolungato chiacchierare, che effettivamente può configurare la trasmissione del messaggio potenzialmente idoneo a spingere i designatori, e talora anche gli arbitri, a muoversi in determinale direzioni piuttosto che in altre“, certo sarà usato per allargare il campo a Calciopoli-bis ed al “chiacchiericcio” che pure i dirigenti dell’Inter intrattenevano con i designatori (ma quando questi sapevano già di essere intercettati). Per non parlare del “caso-Paparesta”, da molti derubricato come una goliardata di Moggi ma che i giudici hanno ritenuto elemento fondante per chiarire lo stato di dipendenza che la classe arbitrale aveva dalla Juventus.

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Pur – si legge nelle motivazioni – se è risultato non vero quello che lo spavaldo Moggi andava dichiarando per telefono, cioè di aver chiuso l’arbitro Paparesta nello spogliatoio, nondimeno va valutata la reazione di Paparesta a quella che era pur sempre stata una protesta fuori misura di Moggi per gli errori dell’arbitro, di non inserimento cioè del comportamento furioso nel referto arbitrale, reazione che va interpretata come un effetto del timore reverenziale nei confronti della persona“. Parole chiarissime che spazzano via uno dei capisaldi della difesa, ovvero il “così fan tutti” utilizzato per demolire l’impianto accusatorio.

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Non così facevano tutti e pur ammettendo un malcostume diffuso la sentenza specifica gradi diversi di colpevolezza, come in fondo aveva fatto anche Palazzi in sede di richiesta anche la scorsa estate, quando chiarì in maniera inequivocabile le responsabilità dell’Inter che, prescritte o no, nessuno ha mai avvicinato a quelle della Juventus.

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