Carceri: si spende per i vertici, si risparmia sulle strutture

Roma

Carceri: si spende per i vertici, si risparmia sulle strutture

Una delle caratteristiche che meglio qualificano il qualunquismo è quella di esprime giudizi e opinioni “per sentito dire”. Ad esempio, “per sentito dire” è convinzione diffusa che la condizione delle carceri italiane sia quasi paradisiaca.

Doveroso analizzare e scandagliare a fondo per scoprire che la verità è diversa da coma la immaginiamo e che i “lussi” semmai vengono concessi ai ladroni veri, quali politici che hanno ridotto all’osso la popolazione, o ai mafiosi che vengono tenuti buoni dallo Stato.

Piccola precisazione: attualmente in galera sono rinchiuse 65 mila persone, mentre le strutture ne possono ospitate al massimo 47 mila.

Esaminiamo adesso alcuni aspetti di rilevante importanza: il vitto di un detenuto costa allo Stato meno di quattro euro al giorno, una somma che dovrebbe garantire tre pasti quotidiani. Facile dedurre che le imprese che si aggiudicano gli appalti per cifre così basse non riescono a garantire quantità e qualità del cibo decente. Morale della favola? I detenuti, se sono fortunati, possono solo contare nella generosità dei familiari o , nel caso in cui siano benestanti, possono acquistare le merci presso gli esosi spacci carcerari.

Ma ecco qualche numero : ogni anno lo Stato evolve due miliardi e ottocento milioni per l’amministrazione penitenziaria, ma l’88 per cento finisce negli stipendi del personale; il 7,3 per cento viene impegnato per il vitto dei detenuti e così rimane meno del 5 per cento per qualunque altra necessità: 140 milioni per la benzina, le vetture, le divise, gli arredi, la manutenzione e le ristrutturazioni.

Spesso le prigioni sono strutture decadenti e prive di requisiti.

Ebbene, se si investisse poco meno di 200 milioni di euro sulla ristrutturazione, come spiegano funzionari del Dap, il Dipartimento amministrazione penitenziaria, si potrebbero ottenere subito nuovi posti per garantire spazi a 69 mila detenuti, solo per il circuito maschile: basterebbe puntare su un ampliamento degli istituti, senza impegnarsi nella costruzione di altre carceri.

Lo Stato tuttavia non ha fondi, almeno questa è la solita logora e trita spiegazione.

Ma, se lo Stato non riesce a garantire condizioni umane ai detenuti a causa di budget ridotti, perché i soldi vengono elargiti a maniche larghe per i vertici dell’amministrazione penitenziaria? Tali signori infatti godono di benefit a dir poco scandalosi, come appartamenti in zone lussuose con un canone di sei euro al giorno, acqua, luce, gas e pulizie comprese. Si tratta di foresterie degne di Spa di lusso in cui sono presenti Jacuzzi, tv da migliaia di euro, in cui non si bada a spese anche per oggetti di uso quotidiano siu cui si potrebbe risparmiare ( 250 euro pagati per uno scopino del bagno).

Fortunatamente qualcuno ha sollevato ragionevoli dubbi sull’effettiva necessità di finanziare delle spese folli assolutamente “fuori norma” e così ai pm di Roma e alla Corte dei Conti hanno iniziato delle indagini.

Eppure il dramma delle carceri continua ad essere ignorato dalla classe politica, fatta eccezione per i Radicali e pare che nessuno abbia interesse a cambiare le cose.

Lo stesso Napolitano, in visita a San Vittore ha affermato . «Più volte ho denunciato l’insostenibilità di queste condizioni ma i miei appelli sono caduti nel vuoto».

Come detto qualche riga più su, le carceri strabordano di detenuti e spesso le strutture piccole si trasformano in uno spreco di risorse, richiedono un numero più alto di agenti e personale rispetto al numero di reclusi.

Così, se sulla carta l’Italia ha il miglior rapporto tra metro cubo di edifici e detenuti, secondo le analisi del Formez ci sono in media 140 reclusi per cento posti letto. Persone obbligate a vivere per ventidue ore al giorno in celle claustrofobiche, con tre-quattro brande sovrapposte, bagni minuscoli e pochissime docce.

Secondo la relazione del Dap, anche il rapporto fra detenuti e numero di agenti è assolutamente sbilanciato , ci sono pochi agenti e spesso le celle sono spresidiate.

Una delle poche ar4mi a disposizione per contenere gli sprechi è quella di concedere gli arresti domiciliari, che grazie alla nuova legge ha permesso di fare uscire circa novemila detenuti, ma la situazione non è ancora rosea. Le carceri sono piene di extracomunitari arrestati per il semplice fatto di non possedere un regolare permesso di soggiorno: si tratta di una popolazione che conta 24 mila persone; poi ci sono detenuti accusati per reati contro il patrimonio; 34.583 persone in galera per furto, estorsione, riciclaggio, frode; 26.160 per reati legati alla droga; 24.0990 colpevoli di violenze e omicidi; 10.424 devono scontare pene per detenzione illecita d’armi.

Altra nota dolente è quella dei colletti bianchi, i nostri bravi politici e amministratori corrotti: sono ben 8.307. i signori che hanno frodato i cittadini possono contare su celle comode, con due letti per stanza, tra essi ci sono anche 133 donne. Su altri 6.000 con pene fino a due anni si devono pronunciare i giudici di sorveglianza. Nonostante questo l’emergenza continua.

Qualche anno fa il Governo Prodi aveva provato a svuotare le carceri grazie all’indulto del 2007, ma dopo tre anni la situazione è nuovamente precipitata. Con la legge 199/2010 è stata la volta di Alfano che, nell’ottica di una politica di emergenza aveva elaborato un piano straordinario per l’edilizia carceraria.

Risultato? I 700 milioni di euro necessari per effettuare i lavori dove sono finiti? Boh!

Alfano, oltre a nominare amici consulenti, ha pianificato diversi cantieri senza tener conto delle esigenze o delle criticità territoriali, come nel caso del carcere di Mistretta in provincia di Messina, che è stato prontamente eliminato dalle mappe.

Del resto si tratta di una prassi assai vecchia, anche in passato si edificava solo in base a logiche politiche dubbie, senza tenere in considerazione le reali necessità dei detenuti e di chi opera nelle carceri. Questa prassi tuttavia si è sempre dimostrata redditizia e così ancora oggi assistiamo a un proliferare di progetti inutili, volti a rimpinguare le tasche di pochi eletti.

Durante la gestione del Dap guidata da Franco Ionta ha destato curiosità la figura del “responsabile unico di progetto” che a norma di legge intascava il 2 per cento dell’opera. A firmare era sempre lo stesso funzionario, un tecnico, sostituito poi da un magistrato: lo stesso Ionta.

Ecco cosa diceva a proposito delle carceri Filippo Turati in un Discorso alla Camera dei Deputati il 18 marzo 1904

«Le carceri italiane rappresentano l’esplicazione della vendetta sociale nella forma più atroce che si sia mai avuta: noi crediamo di aver abolita la tortura, e i nostri reclusori sono essi stessi un sistema di tortura la più raffinata; noi ci vantiamo di aver cancellato la pena di morte dal codice penale comune, e la pena di morte che ammanniscono goccia a goccia le nostre galere è meno pietosa di quella che era data per mano del carnefice; noi ci gonfiamo le gote a parlare di emenda dei colpevoli, e le nostre carceri sono fabbriche di delinquenti, o scuole di perfezionamento dei malfattori».

Nel 2013, l’unico elemento che ha impedito il degenerare della situazione è stato la ragionevolezza pratica di chi opera a contatto con il problema, vale a dire magistratura e forze dell’ordine, che evitando l’arresto o la sua convalida nei casi di minore gravità ha fatto sì che il numero di ingressi in carcere nel 2012 sia stato il più basso degli ultimi vent’anni: 63.020, a fronte di ingressi che mediamente arrivavano tra le 80.000 e le 90.000 unità.

Purtroppo si tratta solo di una cura palliativa che può dare un sollievo momentaneo dato che, se gli ingressi annuali sono diminuiti, continua invece a salire la presenza media di detenuti nel corso dell’anno.

Questo significa che si esce di meno, che le pene sono più lunghe, che la valvola di sfogo delle misure alternative alla detenzione si è da tempo inceppata: a gennaio 2013, i beneficiari di affidamento in prova erano poco più di diecimila (10.112) e soli 879 i semiliberi.

Vale la pena ricordare che il numero dei suicidi in cella è notevole: nel 2012 si sono registrati 56 casi, nel 2011 63.

Concludiamo ricordando le parole rivolte dall’azionista Ernesto Rossi al giurista e Costituente Piero Calamandrei, pubblicate nel marzo 1949: «Mentre scontavo la mia pena molte volte ho ripetuto ai compagni di cella che gli uomini politici i quali in passato avevano assaggiata la galera, portavano la grave responsabilità dell’ordinamento carcerario esistente, indegno di un popolo civile, perché, tornati in libertà, non avevano illuminata l’opinione pubblica sul problema e non avevano mai preso seriamente a cuore la sorte dei detenuti».

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