Centinaia di milioni all’Is che distrugge Palmira

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Centinaia di milioni all’Is che distrugge Palmira

Mentre il corpo straziato dell’82enne archeologo Khaled Asaad penzola ancora da un’antica colonna fra le rovine di Palmira, fra quelle stesse rovine si aggirano sciacalli che hanno il via libera dei miliziani jihadisti.

Uomini che hanno l’abitudine a scavare e a cercare nei siti archeologici, perché di ciò che trovano lì fanno la loro fonte di ricco sostentamento. Trafficanti di opere d’arte, che con i vertici dell’Is hanno un preciso accordo: ciò che trovano è loro, lo piazzano sul mercato nero e pagano il 20% di quanto incassato allo Stato Islamico.

Un rapporto dell’Unesco e le valutazioni del Dipartimento del Tesoro statunitense cercano di fotografare l’entità di questo commercio, ma il risultato è un’approssimazione, un ordine di grandezza che, però, riesce a fornire una risposta molto significativa. Il Califfatto, dal 20% dei siti archeologici iracheni e dal 90% circa di quelli siriani che risultano ad oggi sotto il controllo delle sue milizie, ricava centinaia di milioni di dollari l’anno.

È come dire ‘tantissimo’, in effetti, ma un ‘tantissimo’ che può essere superato solo dalle vendite di petrolio: il mercato di opere d’arte può, in altre parole, considerarsi senza troppi dubbi la seconda fonte di reddito dello Stato Islamico.

Questo chiarisce bene (ma non giustifica, ci mancherebbe anche), l’odio nei confronti di Khaled Asaad, che aveva fatto sparire e messo al sicuro centinaia di statue e poi era stato così forte da continuare a rifiutare di indicarne ai suoi aguzzini il nascondiglio.

La distruzione delle opere d’arte restituita dalla propaganda Is è soltanto la facciata del problema, e l’iconoclastia potrebbe limitarsi a quei ‘pezzi’ che, per ubicazione o dimensione, non è proprio possibile trasferire sul mercato nero. Del resto, quale sia di preciso la situazione a Palmira in questo momento non si sa.

Di sicuro si sa che Palmira e molti altri siti archeologici sono stati lasciati nelle mani dei miliziani e che, per forza di cose, qualcuno che compra ciò che da quei siti arriva c’è. Da qualche parte nel mondo, ma c’è, perché, per quanto banale sia dirlo, il mercato, per sua stessa definizione, non funziona se è privo di domanda.

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