Conferenza mondiale sul clima a Doha: Cina e USA attese al varco COMMENTA  

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Si tiene in questi giorni a Doha, negli Emirati Arabi Uniti, una conferenza di scala mondiale sui cambiamenti climatici e la riduzione dei gas serra. L’incontro, al quale prendono parte 200 delegazioni governative da tutto il mondo e che si protrarrà per 15 giorni, si propone come fine un significativo avanzamento lungo il cammino che condurrà a fissare nuovi parametri che regolino l’emissione di sostanze inquinanti. La road map prevede il raggiungimento di un accordo entro il 2015, con l’obbiettivo di contenere il più possibile l’aumento di 4-6 gradi della temperatura mondiale che le attuali stime prevedono avrà luogo nell’arco dei prossimi decenni, con ripercussioni catastrofiche, come l’aumento di siccità, alluvioni e tempeste tropicali.


Si tratta del rinnovo dei paletti fissati 15 anni fa a Kyoto e che molti paesi non sono stati in grado, o non hanno avuto la volontà politica, di rispettare. Il caso più clamoroso in questo senso è stato quello degli Stati Uniti, i quali, pur avendo firmato il protocollo sotto l’amministrazione Clinton, non l’hanno poi ratificato sotto la presidenza Bush, segnata da un forte scetticismo circa l’effettiva portata dei cambiamenti climatici. Con l’avvento di Obama alla Casa Bianca 4 anni fa, e ancora di più adesso a seguito della sua recente riconferma, gli USA hanno professato maggiore dedizione alla causa ambientalista e ci si attende che il rappresentante americano alla conferenza avvalli con convinzione anche le misure più impegnative da mantenere.


Ma osservato speciale sarà anche l’altro gigante planetario, la Cina, attualmente responsabile di quasi un quarto delle emissioni mondiali di gas serra. Nonostante in anni recenti il governo di Pechino si sia dimostrato sensibile a tematiche ecologiste, promuovendo lo sfruttamento di risorse rinnovabili, come l’energia eolica o solare, gli analisti non prevedono tagli significativi nelle quote cinesi di inquinamento ambientale prima del 2030, anno in cui verosimilmente la Repubblica Popolare avrà raggiunto i suoi ambiziosi obbiettivi di sviluppo economico.


Il conflitto tra la necessità da un lato di preservare l’ambiente e dall’altro di stimolare la crescita economica, anche attraverso attività fortemente inquinanti, è particolarmente sentito da parte di altri paesi emergenti, oltre la Cina, come ad esempio l’India, il Brasile (che ha necessità di affrontare con urgenza la deforestazione selvaggia in Amazzonia), il Sud Africa.

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Alle delegazioni presenti a Doha spetterà dunque raggiungere un delicato punto di equilibrio tra esigenze economiche ed ecologiche: un compito tutt’altro che semplice.

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