Colpevoli di essere donne

Attualità

Colpevoli di essere donne

La foto tristemente famosa di Aisha, 18 anni, ragazza afghana. Le vennero evirati (dal marito) il naso e le orecchie con un coltello da cucina per una “fuga” di casa dopo i maltrattamenti. La punizione fu autorizzata dai Taliban.

Poco tempo fa Hanifa Safi (ministro degli affari femminili nella provincia di Laghman) guidava la sua Jeep. Non era a Londra, nemmeno a New York ma a Mehntar, Afghanistan del Nord. La sua missione era semplice: portare libri pennarelli e cultura in una scuola di bambine persa tre le alte montagne. La ministra era convinta che l’unico antidoto per l’ignoranza, e la ferocia con cui si torturano le donne nel suo Paese, fosse proprio la cultura. Il suo progetto era nobile, umano, ma soprattutto non recava danno a nessuno o…quasi. Hanifa è esplosa sulla sua auto, con suo marito, e con lei sono evaporati i suoi progetti di rendere libere le donne afghane mentre percorreva una strada per raggiungere la scuola. I suoi sogni, come i suoi brandelli di carne, sono esplosi in mille pezzi. Qualche mese fa raccontava di avere già schivato due attentati: “Una volta hanno cercato di uccidermi offrendomi del tè avvelenato ma mi ha insospettito il forte odore“. Hanifa non recitava le ordinarie parole di una vittima martirizzata e pronta al sacrificio, anzi, aveva paura. “L’Afghanistan è di certo il luogo più pericoloso per noi donne” – aveva detto – “ma chi, come me, raccoglie il terrore di bambine stuprate e poi si gira dall’altra parte è peggio del carnefice. E allora vivo giorno per giorno, contando i minuti poiché so di essere nella lista nera dei Taliban“.

Nell’Afghanistan il vero coraggio è donna. Paladine di un sopravvivenza normale e speranzose di diritti, più che di doveri. Ma purtroppo non è così. Nel 2011 sono state uccise 76 donne mentre nel 2012 il numero è stato di 83: torturate e umiliate, private di un’intimità che va ben oltre il corporeo. Una violenza con i lamenti di una voce materna che un fanatismo maschile, quanto mai terreno, ha reso legalità a dei carnefici. Percosse, lapidazione, fucilazione e infibulazione (taglio del clitoride, delle piccole e grandi labbra, al fine di impossibilitare la donna a qualsiasi rapporto sessuale lasciandole solo l’orifizio per l’urina e il sangue mestruale. Questa pratica in Afghanistan è richiesta dal futuro marito in forma molto riservata quindi divulgata pochissimo). Poche settimane fa, nella regione dell’Helmand, un padre «assai religioso» ha ucciso a colpi di ascia le sue due figlie adolescenti invocando il delitto d’onore. Le ragazze erano state fuori quattro giorni senza permesso. Niente di incredibile. Anzi. Esecuzioni senza processi, delitti d’onore, morte per stenti e fame.

Di queste atroci morti ben poco si sa, come fosse un “patrimonio” culturale da custodire in gran segreto in una terra dove la donna, come importanza, vale meno di una buona capra da riproduzione o di un Ak-47 (fucile d’assalto più noto con il nome di Kalašnikov). Le donne afghane, anima e motore della lotta sociale, sono oggi il primo nemico da colpire. “Quando prendono in mano una missione politica o un progetto combattono come leonesse” dice Seema Ghafar, eccellente politica, anche lei obiettivo di chi di Allah ha travisato alcune Sure (capitoli del Corano) con una presunzione meramente maschilista. Donne date in pasto a cani randagi, costrette a verniciare i vetri delle proprie abitazioni evitando occhi indiscreti e lapidate in piazza se si scorge una sola caviglia. Una violenza nella violenza dove l’unica “libertà” è il suicidio, come è avvenuto per Aisha (non la ragazza in copertina sul Time N.d.r.), 22 anni, soffocatasi con un sacco di plastica tra l’indifferenza dei passanti. Un’arroganza imposta da nessun Dio, vittima semplicemente di una interpretazione esasperata e forse figlia di una gelosia inconsapevole ormai ritualizzata.

La semplice rete di stoffa azzurra del loro Burqa’ le separa da un mondo virile, mascolino e dogmatico. Un modo di purificare l’infezione femminile travisandone i concetti e spacciandoli per culture antichissime – a Kabul negli anni 70 le donne portavano la minigonna -. Regole nate per terrorizzare e soffocare l’orgoglio di chi per natura è più forte (la donna), osannando un credo fatto di precetti rigidissimi e feroci contro femmine, la cui unica colpa è quella di essere nate. Sarebbe bene, prima di punire una donna, sapere che ognuna di loro è madre, anche senza avere figli, e ogni madre è dispensatrice di amore, compassione e fierezza.

In onore a tutte le donne, non solo quelle afghane, morte e torturate per non avere seguito le “regole”.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*


Leggi anche

Loading...