Come era bello veder giocare Allen Iverson

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Come era bello veder giocare Allen Iverson

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Il draft NBA del 1996 è stato un unicum, uno di quei draft che capitano una volta ogni dieci o vent’anni, se si pensa alla quantità di talenti cristallini che ha sfornato. Quell’anno, infatti, hanno iniziato a solcare i parquet della lega giocatori, futuri hall of famer, del calibro di Kobe Bryant, Steve Nash o Ray Allen. Tuttavia, davanti a tutti, come prima scelta assoluta da parte dei Philadelphia 76ers, si è presentato un ragazzo ventunenne alto “solo” 183 cm, che pesava appena 75 chili. Il ragazzo si vede subito che ha stile da vendere e crede in sé stesso. Lo chiamano The Answer sin dai tempi del liceo dove, oltre a dimostrare di essere un talento mostruoso nella pallacanestro, è una stella anche del football. Una macchina da sport, insomma. Così nasce la leggenda di Allen Iverson, un giocatore che ha scardinato le rigide regole del gioco NBA, mostrando a tutti uno stile di gioco fatto di puro istinto e grinta. Chi se lo trovava davanti, pregava per le proprie caviglie, sperava che non si sgretolassero di fronte a quel crossover assassino, sempre al limite del consentito visto che la palla veniva “quasi” accompagnata prima del rimbalzo. Era quasi sconcertante vedere come quel giocatore, smilzo e piccolino, riuscisse a terrorizzare qualunque difensore si trovasse davanti.

Lui, però, paura non aveva mai e mai ne ha avuta. Partorito dalla madre a quindici anni, senza un padre, poco avvezzo allo studio, Allen ha sempre vissuto per strada, andando incontro ai pericoli che essa gli riservava. In campo era uguale, un impavido, un trascinatore. Durante le partite era il giocatore che ne prendeva più di tutti, anche a causa del suo gioco provocante e quasi irrisorio, frutto della consapevolezza di essere il più forte. NBA Finals X IversonDurante le finali del 2000-2001, dove The Answer lotta praticamente da solo contro l’invincibile armata Lakers capitanata dal duo Shaquille-Kobe, Iverson manda a terra Tyron Lue con un crossover, segna e, guardandolo a terra, gli passa sopra. Questo è solo uno dei tanti episodi che hanno visto Iverson ridicolizzare gli avversari, gli stessi che in campo lo massacravano con falli e botte e che gli hanno procurato i numerosi infortuni che ne hanno minato la carriera.

Non ha mai vinto un anello NBA e per questo probabilmente non vedrà mai il proprio nome nella stanza della Hall of Fame, anche se molti spingono affinché ne faccia parte. Egli, infatti, è stato un giocatore d’élite, in pochi possono vantare il palmarès individuale di The Answer che conta quattro titoli come miglior realizzatore della lega, un premio come MVP della stagione regolare, due MVP degli All Star game, il premio di Rookie dell’anno, oltre alle 11 chiamate consecutive agli All Star game. Curriculum di tutto rispetto, anche se la vera forza di Iverson è stata la propria personalità così eccentrica ed esuberante. Egli era capace di far appassionare chiunque lo vedesse giocare; ci riusciva perché era il più veloce, il più forte, il più “stiloso”. Tutti volevano essere Iverson, con le sue treccine sempre perfettamente in ordine (durante i suoi viaggi, portava sempre con sé il proprio parrucchiere), i tatuaggi su braccia, gambe e collo, fascette su braccia gambe e collo. Iverson è stata un’icona del basket moderno, un idolo per gli appassionati della NBA. Nessuno lo odiava a parte gli allenatori, i quali non amavano il carattere poco servile di Allen. Tuttavia, la sua carriera è terminata malamente, obliato dalle squadre e bistrattato dal sistema, dimentico e ingrato verso un talento puro come il suo. Probabilmente non era quello che si meritava perché uno come lui dovrebbe smettere di giocare tra squilli di tromba e tappeti rossi, non elemosinando una squadra perché completamente al verde. Ma questa è un’altra storia. Alla fine il sistema cambia, la lega e il basket pure. Ma quanto era bello veder giocare Allen Iverson.

K.Castillo

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