Confessione di un camorrista: «Uccidere era una cosa bella, dava una sensazione di onnipotenza» COMMENTA  

Confessione di un camorrista: «Uccidere era una cosa bella, dava una sensazione di onnipotenza» COMMENTA  

Oreste Spagnuolo ha le mani intrise di sangue. Saranno state decine le persone finite nel mirino della sua pistola, molte di esse avranno a loro volta ucciso.

É così la vita del camorrista, un giorno sei cacciatore, il giorno dopo sei preda. Spagnulo ha fatto parte del commando di fuoco più spietato della camorra degli ultimi anni, quello di Giuseppe Setola, l’ala stragista dei Casalesi.

Spagnulo, oggi collaboratore di giustizia, si racconta in un libro di Daniela De Crescenzo, “Confessioni di un Killer”. “La sensazione mia era che, quando commettevo un omicidio, nel momento in cui lo facevo come giravo le spalle, quell’immagine, quel momento era cancellato.

Non me lo ricordavo più, come se non fosse successo niente, anzi era una cosa all’ordine del giorno, una cosa talmnete naturale. Era una cosa bella.

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Di bello c’era la sensazione di onnipotenza. Cioè: eri tu che decidevi della vita degli altri. È una cosa indescrivibile, non è che si può spiegarla
“. Onnipotenza, un delirio comune a tutti i camorristi, una mera illusione perché onnipotenti non lo sono. Se ne accorgono il giorno in cui diventano un bersaglio per i killer del clan rivale. La loro onnipotenza, allora, finisce sul selciato di una strada, in una pozza di sangue. La loro vergogna, per non essere stati abbastanza uomini da vivere onestamente, resta malamente celata, occultata da un lenzuolo, quando gli va bene. Sono padri che uccidono padri, figli che uccidono altri figli. Non quel senso di onnipotenza è solo un inganno… di onnipotenti i cimiteri ne sono pieni.

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