Corrado D’Elia in Io. Ludwig Van Beethoven al Teatro Libero

Teatro

Corrado D’Elia in Io. Ludwig Van Beethoven al Teatro Libero


Non sono molte le persone geniali, non sarebbero tali, ma le sensazioni che queste persone provano possono essere molto simili a quelle che anche le persone “normali” provano, spesso sono solo più amplificate e possono tracciare la strada, aprire la via e semplificare la scalata a chi un genio non lo è.
Ludwig van Beethoven di certo lo era e tutta la sua vita è stata esagerata e geniale come la sua musica.
Nello spettacolo portato in scena da Corrado D’Elia al Teatro Libero ho avuto la netta impressione che Beethoven fosse solo la metafora, la scusa, il filo conduttore e la luce da seguire in caso di emergenza.
Lo spettacolo di D’Elia, come molti dei suoi spettacoli, non è una biografia, non è una storia ma una lezione di vita, o quanto meno un invito alla riflessione e alla ricerca di valori.
Beethoven è un genio e la sua storia, le sue motivazioni, i suoi sentimenti sono chiari e amplificati.

E’ una persona sola, come molti, è una persona che ama, anche se il suo amore è chiuso in un cassetto, è una persona che odia ed è una persona che sogna la Gioia, la Gioia semplice, leggera ma profondissima e dolorosa quando non si riesce a raggiungere.
La Gioia è la risposta e la summa dell’intero spettacolo.
La gioia, quel momento che a tutti, come dice il protagonista, dovrebbe essere concesso, al posto della morte magari.
I protagonisti si alternano durante lo spettacolo.
Corrado D’Elia, il narratore, la musica di Ludwig, Ludwig stesso e noi spettatori, spettatori di uno spettacolo a teatro ma anche spettatori a teatro a Vienna dopo la Nona, noi con il fazzoletto bianco ancora in mano e nel cuore.
Una domanda mi tortura ancora pur avendo decantato lo spettacolo:
è necessaria, è obbligatoria la solitudine per pensare e per esprimere se stessi e la propria creatività?
E’ un’espiazione necessaria?
E poi…perché è Rossini a impazzire? Perché la leggerezza spensierata porta alla pazzia?

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