Costi quel che Costa!

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Costi quel che Costa!

La Concordia poche ore prima del parziale affondamento.

Da 590 giorni si attende la rimozione dalle coste dell’Isola del Giglio.

Economia italiana, affondata, sanità alla deriva e Costa Concordia naufragata: il nostro orgoglio galleggiante. Già, ci risiamo con le lentezze burocratiche venduteci come tecnicismi per adepti; resta il fatto che la più grande nave passeggeri, e come grande si intende il tonnellaggio, è ancora orfana di una rimozione. Si è detto tanto, troppo, ma nessuno – compreso il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti – sembra aver preso a cuore quel recupero ormai datato. Sono passati 590 giorni (a oggi, 26 agosto 2013) e la Concordia è lì, spiaggiata come una balena d’acciaio, senza vita e senza futuro. Da quella dannata notte del 13 gennaio 2012, dove persero la vita 30 persone, più 2 dispersi, la nave del ‘vezzo schettiniano’ sembra averci dimostrato per l’ennesima volta l’imbarazzante inefficienza di ministeri e ministeruncoli, di paladini del buongusto televisivo e di ciarlatani addomesticatori di piazze.

Ci hanno sedato con parole d’oltre oceano, giusto per gambizzare la nostra convinzione del sapere. Termini come: defueling (l’estrazione del carburante dai serbatoi) oppure caretaking (pulizia del fondale marino e il recupero di materiali e detriti usciti dalla nave in seguito all’incidente).

Parole per addolcire un triste lavoro in quella bara di metallo, o neologismi usati per farci apparire poco esperti? Ad aver sbagliato, oltre alla manovra azzardata di un comandante che ha fatto vergognare un’intera nazione marinara come la nostra, tra bugie e vigliaccheria, non è stato solo Schettino. Adesso la colpa è di chi attende l’inattendibile. Un disastro non solo ecologico ma morale. Un monumento alla sciagura da 114 mila tonnellate disonora le vittime di quella sera e ci sputtana agli occhi di un continente. La maledizione della negligenza si è abbattuta sull’Isola del Giglio, portando sulle sue splendide coste un’altra Costa: meno naturale, meno semplice e meno bella, ma sempre più abbandonata a noi stessi.

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