Da 13.50 a 750 dollari a compressa: aumento prezzi medicine e profitto case farmaceutiche COMMENTA  

Da 13.50 a 750 dollari a compressa: aumento prezzi medicine e profitto case farmaceutiche COMMENTA  

Le medicine non sono un aiuto, a volte vitale, cui i malati hanno diritto. Così sarebbe troppo facile.

Le medicine sono una merce, al pari di qualsiasi altra, e, in quanto tali, seguono i tortuosi meccanismi che regolano il mercato.

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Domanda e offerta, criteri di distribuzione, produzione, prezzo di mercato. E profitto.

Succede così che, lungo questa logica spietata, una casa farmaceutica possa valutare che il prezzo di uno dei suoi prodotti sia basso, troppo basso, sbagliato, e che debba essere ritoccato verso l’alto.

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Il Daraprim, ad esempio, un farmaco prodotto dalla Impax e utilizzato per il trattamento di infezioni da parassiti, come la toxoplasmosi o la malaria, ma usato anche contro l’Aids e, pare, anche per alcune forme di cancro, costava, sul mercato USA, 13,50 dollari a compressa.


Lo scorso agosto, una start up biotech, la Turing Pharmaceuticals, ne ha acquistato il brevetto e, pochi giorni fa, alla luce, si presume, di un’attenta analisi costi benefici del prodotto (i benefici, però, non sono quelli relativi ai pazienti), ha stabilito che i 13,50 dollari a compressa non andavano affatto bene.

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Un prezzo nuovo, deve aver pensato Martin Shkreli (foto), fondatore e numero uno della Turing, occorre un prezzo talmente nuovo da far dimenticare quello vecchio. Un prezzo, ad esempio, mille volte più alto, o persino di più. Un prezzo come 750 dollari a compressa.

Non è un’idea e neppure un’esagerazione, perché 750 dollari a compressa è proprio il nuovo prezzo di mercato del Daraprim, talmente alto da far dire alla dottoressa Judith Aberg del reparto di malattie infettive della Icahn School of Medicine dell’ospedale Mount Sinai che “finirà col costringere gli ospedali ad adottare delle terapie alternative, che potrebbero però non avere la stessa efficacia”.

Ancora più esplicita la reazione della Infectious Diseases Society of America e della HIV Medicine Association, che hanno definito l’aumento di prezzo “ingiustificabile per i pazienti vulnerabili” e “insostenibile per il sistema sanitario”.

La risposta della Turing non si è fatta attendere. Martin Shkreli ha infatti ribattuto che il Daraprim “è usato talmente di rado, che il suo impatto sul sistema sanitario è marginale” e che i maggiori introiti saranno comunque utilizzati “per sviluppare cure ancora migliori contro la toxoplasmosi, con minori effetti collaterali”.

“Non abbiamo bisogno di medicinali più efficaci contro la toxoplasmosi” è la precisazione giunta dalla dottoressa Wendy Armstrong dell’HIV Medicine Association, che ha scatenato la battuta finale di Shkreli: “noi dal Daraprim dobbiamo ottenere dei profitti“.

Ecco fatto.

L’aumento di prezzo è però talmente elevato e ingiustificato che persino Hillary Clinton si sta interessando alla questione (va però ricordato, a onor del vero, che la Clinton è in piena campagna per le presidenziali del prossimo anno). Vedremo se l’ex Segretario di Stato sarà in grado di riportare il Daraprim a livelli più accessibili.

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