Destini paralleli – Le second life di Del Piero e Torres

Calcio

Destini paralleli – Le second life di Del Piero e Torres

Carriere diverse ma storie simili, più forti della sfortuna. Dopo infortuni e vicissitudini, Del Piero prima e Torres poi sono riusciti a tornare ai vertici del calcio mondiale, vedendo ripagata ogni sofferenza

Mal comune mezzo gaudio. La sfortuna, se non si è soli, è più facile combatterla. Ad accomunare Alessandro Del Piero e Fernando Torres è proprio la malasorte. Due carriere messe a repentaglio da una serie di infortuni proprio all’apice dei rispettivi percorsi professionali. Un uomo, Del Piero, che ha saputo risollevarsi dopo un oblio durato quasi due stagioni. Un altro, Torres appunto, che finalmente intravede la luce.

I tormenti di Alex È l’8 novembre del 1998 quando ad un giovane Del Piero, astro nascente del calcio italiano, crolla il mondo addosso. Al 92° minuto di Udinese – Juventus, quando la partita sembra non aver più nulla da dire, il ginocchio di Pinturicchio fa crack. Lesione del legamento crociato anteriore e posteriore. La prognosi prevede un periodo di 9 mesi per la riabilitazione.

Arrivederci alla stagione ’99-2000.

Il rientro è duro, a parlare sono i numeri. Dodici gol complessivi, 9 in campionato (8 su rigore ed uno solo su azione contro il Parma), due in Coppa Uefa ed uno in Coppa Italia. Va meglio per quanto riguarda gli assist. Con i suoi 20 passaggi decisi, risulta il migliore della serie A (da qui forse, la diatriba con chi lo vedeva meglio nelle vesti di trequartista). La disfatta di Perugia è l’epilogo di statistiche tanto misere. I gol mangiati nella finale di Euro 2000 poi, contro i cugini francesi, sembrano spargere altro sale su ferite ancora aperte. Più avanti qualcuno definirà Alex nell’autunno della sua carriera.

Il 2000-2001 si apre decisamente meglio. Gol “alla Del Piero” nella prima contro il Napoli e tante speranze. Vane. Complici altri problemi fisici, il ragazzo di Conegliano viene dato per disperso. Tutto cambia però, in un pomeriggio del 2 febbraio a Bari.

Contro i pugliesi Godot, subentrato a match in corso, arriva e segna il gol decisivo. Ne seguiranno altri contro Inter e Roma. A fine anno saranno proprio i capitolini a festeggiare lo scudetto ma Del Piero c’è. La sua stella torna a splendere. Tornano le vittorie, i gol soprattutto, momenti memorabili ma anche difficili. I mondiali, la serie B, la classifica di capocannoniere nel 2008 ma anche la standing ovation al Bernabeu dopo la vittoria col Real, sino al commovente addio alla sua Juve nel 2012. Solo alcune gemme di un percorso straordinario.

Le paure del Niño Fernando Torres un bambino non lo è più ma di lacrime deve averne versate parecchie ultimamente. Prodigioso talento dell’Atletico Madrid, nel 2007 si trasferisce ad Anfield Road, per diventare un idolo del Liverpool. L’impatto con i reds è devastante: 33 reti il primo anno, condite dal trionfo con la Spagna all’europeo del 2008. Nonostante qualche guaio fisico a tendini e ginocchio destro, anche nelle stagioni successive il suo score resta di tutto rispetto, mettendo a referto più di 40 gol.

È nel 2010 che qualcosa cambia. Nella finale tra Spagna e Olanda, Torres si infortuna agli adduttori (ad aprile invece, era stato operato al menisco). Il destino pare accanirsi.

Per spazzare via l’inquietudine, Fernando decide di cambiare. Nel mercato invernale, passa al Chelsea per 50 milioni di sterline. I tifosi del Liverpool ci mettono poco a trasformarlo da mito a traditore, bruciando la sua maglia. Più che una scossa, la nuova avventura diventa presto un incubo. Una sola rete segnata con la nuova maglia, contro il West Ham. Dal punto di vista personale, l’anno seguente non va certo meglio. Tra una prestazione imbarazzante e l’altra, i gol diventano 11 ma mentalmente il giocatore di un tempo non c’è più. Certo la vittoria della Champions, raggiunta grazie ad uno straripante Drogba, allevia i dolori.

Nel 2012-2013 non ci sono più scuse: per Torres è l’ultima chance con i Blues. La batosta di Supercoppa europea contro l’Atletico Madrid, che lo vede andare a segno, non è il modo migliore per iniziare.

Nonostante qualche lampo, come la doppietta in Champions contro il Nordsjæelland, le soddisfazioni non arrivano. Sembra un altro anno incolore, eppure, la svolta, come per Del Piero, è dietro l’angolo. È il 14 marzo, il Chelsea, retrocesso in Europa League, affronta il ritorno degli ottavi di finale contro la Steaua Bucarest. Dopo una gara di sofferenze, Torres segna il gol qualificazione al 71° minuto. Un caso penseranno i detrattori. Invece no. Il 4 aprile si ripete contro il Rubin, mettendo a segno una doppietta nel primo match (decisiva a conti fatti) ed un’altra segnatura nel ritorno. In semifinale col Basilea arriva un’altra rete ma è nell’ultimo atto della competizione, contro il Benfica, che il vero Torres si mostra alla platea. Lunga fuga palla al piede, contrasto vinto contro difensore prima e portiere poi, sino a scaricare la palla in rete. In mezzo il pareggio di Cardozo, al 93°il colpo di testa di Ivanovic che regala la coppa ai londinesi. Con sei reti in nove partite, il bomber ritrova il sorriso, cominciando a guardare con ottimismo al futuro.

Storie dei nostri giorni che intrecciano passato e presente di due fuoriclasse più forti delle avversità. La storia, d’altronde, insegna sempre.

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