Wiesenthal: Srebrenica? Genocidio solo per ragioni politiche

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Wiesenthal: Srebrenica? Genocidio solo per ragioni politiche

Chi si aspettava un degno ricordo degli orrori di Srebrenica, quando, il prossimo mese di luglio, ricorreranno i 20 anni da quei giorni terribili, è già stato smentito.

A parlare dei quei fatti è stato Efraim Zuroff, il direttore del Centro Simon Wiesenthal, l’organizzazione ebraica che, per suo stesso statuto, si propone di curare i diritti umani e “riparare il mondo un passo alla volta”, che, da Gerusalemme, in un’intervista al quotidiano belgradese Politika, ha dichiarato “orribili” i paragoni fra la Shoah e gli eccidi in Ruanda e a Srebrenica: “né il Ruanda, né Srebrenica rappresentano uno sterminio di massa su scala industriale”, “la decisione di definire Srebrenica un genocidio è stata presa per ragioni politiche”.

Srebrenica è il nome di un villaggio divenuto safe area sotto controllo ONU, dove, a partire dall’11 luglio del 1995, in meno di una settimana, le truppe serbe hanno ucciso circa 10000 civili mussulmani bosniaci, seppellendoli in fosse comuni, in presenza di un impotente contingente di caschi blu olandesi.

Il circa è doveroso, il conteggio delle vittime è ancora in corso, è oggetto di ampia discussione e, soprattutto, di ricerca. Ricerca dei corpi, perché le milizie, dopo il massacro, hanno riaperto le fosse comuni per creare altre fosse comuni in cui sparpagliare i cadaveri. Del corpo di una delle vittime sono state ritrovate parti in cinque diverse fosse comuni.

La definizione di genocidio è ormai accettata da tutti e sostenuta dal Tribunale Internazionale dell’Aia: sono state ammesse responsabilità da parte di quasi tutte le parti coinvolte e si è cercato di rendere giustizia alle vittime raccontando la verità. L’impressione è che disquisire di correttezza semantica sia di scarso aiuto, per tutti.

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