Doping, l’operazione trasparenza di Chris Froome

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Doping, l’operazione trasparenza di Chris Froome

Ha rivinto il Tour de France, quest’anno, dopo averlo vinto nel 2013. È kenyano di nascita, britannico di cittadinanza. È alto, magro da fare spavento (come tutti i ciclisti), non è simpatico e di rado fa qualcosa per modificare questa percezione che il resto del mondo sembra avere di lui.

Si chiama Chris Froome.

Nel corso dell’ultimo Tour de France lo hanno insultato, gli hanno addirittura tirato addosso dell’urina, hanno messo in dubbio la sua correttezza, dal punto di vista sportivo. Viaggia con la lettera scarlatta addosso, Froome, è un dopato senza che mai sia stato in effetti e con oggettività trovato positivo ad alcun test. Non è così per tutti – certo, questo no – ma per molti, moltissimi, sì. Che sia giusto o meno trattare un atleta in questo modo è un problema troppo complesso e per il quale si possono dare pareri e risposte da qui a un numero imprecisato di prossimi anni. Che sia comprensibile, però, è fuor di dubbio.

La carriera di Chris Froome si divide in due parti e l’anno che fa da spartiacque è il 2011. Prima, i risultati sono modesti. Dopo no.

Nel 2008 Froome ha partecipato al Tour de France arrivando 83 esimo. L’anno successivo (2009) ha corso il Giro d’Italia arrivando 32 esimo. Nel 2010 ha partecipato di nuovo al Giro d’Italia, andando talmente bene in salita che è stato squalificato per essersi fatto trainare dalla sua ammiraglia durante la scalata dell’Aprica.

Il 2011 è l’anno della svolta. Froome ha iniziato ad andare parecchio bene anche in salita, tanto da aggiudicarsi il secondo posto finale nella Vuelta. L’anno successivo (2012) ha centrato un altro prestigioso secondo posto, questa volta al Tour de France. Nel 2013 è arrivata la consacrazione con la vittoria della prima maglia gialla. Nel 2014 è stato vittima di numerose cadute e ha dovuto ritirarsi dalla Grande Boucle, dove quest’anno è però ritornato, riconquistando il gradino più alto del podio.

Chi segue il ciclismo lo sa, che tutti o quasi i più recenti vincitori di corse a tappe hanno avuto a che fare in modo più o meno pesante con il doping. Non è cattiveria quella che fa sospettare di Froome, è la corazza che per forza di cose ci si crea quando non si vuole continuare a farsi prendere in giro. Anche Lance Armstrong ha avuto una carriera divisa in due, con il 36 esimo posto al Tour del 1995 (inframmezzo dei ritiri dei due anni precedenti e del successivo) e la prima delle sette vittorie colta solo quattro anni più tardi, nel 1999. Froome come Armstrong? Niente affatto. Le porcherie del texano sono andate ben oltre il doping e sono state provate in modo inequivocabile, mentre Chris Froome, fino a prova contraria, è pulito. E questo sebbene abbia corso l’ultimo Tour ad una media di 39.6 km/h, ovvero più veloce del Tour del 1997 (39.2 km/h) quando lo scandalo Festina non si era ancora verificato e la diffusione dell’Epo non era ancora stata svelata.

Froome ha di recente voluto svelare i suoi parametri fisici di base: 84.6 ml/kg/min di VO2 (capacità massima di consumare ossigeno), 419 Watt come potenza di soglia, sostenibile per un periodo variabile dai 20 ai 40 minuti. Nessuno si era mai messo a nudo in questo modo. Il cambiamento di prestazioni si spiegherebbe poi con una banalissima riduzione di peso: dai 75.6 kg del 2007 ai 67 kg attuali. Ferma restando la potenza di soglia, è chiaro che i Watt disponibili per kg di peso sono aumentati e che con essa aumenta la velocità ascensionale media (la Vam – in salita). Il britannico ha spiegato tutto, insomma, ma in molti continuano a non credergli. Troppo simile la sua storia ad alcune altre già sentite, troppo. Ma è proprio in questo che il doping distrugge lo sport, perché rischia di non lasciare pulito più nessuno, perfino chi lo è per davvero, perfino chi il doping non lo ha neppure mai utilizzato. È una trappola in cui non cadere, anche se ciò non significa smettere di usare la testa o cancellare dalla propria memoria i ricordi di quanto accaduto in passato.

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