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Dopo la mobilitazione di Coldiretti a Roma, Simest non finanzierà il falso made in Italy

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Dopo la mobilitazione di Coldiretti a Roma, Simest non finanzierà il falso made in Italy

Grande risultato della mobilitazione di Coldiretti a Roma a difesa del Made in Italy agroalimentare: contestuale alla giornata, è stato l’annuncio da parte di Simest, la finanziaria del Ministero dello Sviluppo Economico, della cessione delle quote di partecipazione in Lactitalia, la società che produce in Romania il falso pecorino Made in Italy. La battaglia della Coldiretti è stata appoggiata dalle associazioni dei consumatori e da 2215 comuni Italiani, di cui 115 cuneesi, 26 province, tra cui l’Amministrazione cuneese, oltre a 41 Camere di Commercio, 119 tra Comunità Montane, Consorzi di Tutela e altri enti come Unioncamere, che hanno adottato delibere che denunciavano le operazioni di sostegno dell’ “Italian sounding”, a danno delle imprese italiane e delle eccellenze agroalimentari del territorio.
“Ora l’impegno del Governo e del Parlamento – ha affermato il presidente di Coldiretti Sergio Marini – deve essere rivolto a vietare per legge il finanziamento pubblico di prodotti realizzati all’estero che imitano il vero Made in Italy.

Occorre avere la forza di distinguere la vera internazionalizzazione da quelle forme di delocalizzazione aggravate dall’uso improprio del ‘marchio Italia’ che danneggiano il Paese facendo perdere occupazione e svilendo il valore del Made in Italy, costruito con sacrifici da generazioni di imprenditori”.
Con la mobilitazione di Coldiretti il 15 marzo a Roma, è stata anche sancita l’alleanza per il Made in Italy con la sottoscrizione di un documento a difesa delle eccellenze agroalimentari e del lavoro degli imprenditori agricoli italiani. Nel manifesto di Coldiretti, sottoscritto dalle principali associazioni di tutela dei consumatori, si chiede alla politica un forte impegno per valorizzare l’agricoltura, quale risorsa strategica per il Paese e per contrastare le posizioni di rendita e i fenomeni illeciti che usurpano il valore del marchio “Italia” contro il rischio di delocalizzazione produttiva, la perdita di posti di lavoro e l’impoverimento dei territori.

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