Esodo dei Marchi Italiani all’estero: di burocrazia l’impresa agricola può morire COMMENTA  

Esodo dei Marchi Italiani all’estero: di burocrazia l’impresa agricola può morire COMMENTA  

I dati europei dimostrano che i prodotti extracomunitari sono pessimi dal punto di vista sanitario: la troppa burocrazia ha portato insieme al menefreghismo della politica, al passaggio di marchi agroindustriali italiani in mani estere. Inutile piangere sul latte versato, ma Coldiretti dice basta a questa situazione che porta le imprese agricole a produrre a costi locali, per vendere a costi globali. Il nostro prodotto va pagato di più e meglio. Nel grande mare del mercato globale, le imprese agricole italiane si salvano solo ancorandosi a quei prodotti, quei manufatti, quelle modalità di produzione che sono espressione diretta dell’identità nazionale, dei suoi territori, delle sue risorse umane.

Sono anni che Coldiretti, con il progetto di Campagna Amica, insiste ad ogni livello affinché si faccia sistema tra tutti gli attori della filiera per perseguire questo obiettivo che Campagna Amica è riuscita a far passare nell’opinione pubblica.

A volte, si incontrano ancora delle resistenze tra gli imprenditori agricoli. Queste vanno superate, poiché sono i dati a imporcelo. Gli stessi dati confermano che Coldiretti ha avuto ragione nell’elaborare il progetto di Campagna Amica, proponendolo certamente ai consumatori, ma anche agli imprenditori agricoli.

Secondo una elaborazione sulle analisi condotte dall’Epsa, l’Agenzia Europea per la Sicurezza alimentare, su oltre 77mila campioni di 582 alimenti differenti, risulta che il 98,4% dei campioni europei esaminati presenta residui entro i limiti di legge, con la percentuale che sale addirittura al 99,7% nel caso dell’Italia.

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I campioni di alimenti, provenienti da Paesi extracomunitari, presentano residui di molto superiori. Infatti, la percentuale scende al 92,1% per i prodotti agroalimentari provenienti da questi ultimi.
Questi aspetti, che sono spesso sottovalutati dalla politica e dagli stessi imprenditori agricoli, generano un balzo record del 21% nel valore delle esportazioni agroalimentari Made in Italy. Di qui, la considerazione che la ripresa dell’economia e la salvaguardia dell’occupazione, nel nostro Paese, passa innanzitutto per il settore agroalimentare. Non sono affermazioni della Coldiretti, ma sono i dati reali a confermare che la strategia sindacale dell’Organizzazione è giusta e risponde alla volontà di tutelare il reddito delle imprese agricole associate che credono nel progetto di Coldiretti.
Ma stiamo purtroppo assistendo all’incapacità della politica di capitalizzare questi dati economicamente positivi. È dei giorni scorsi la notizia che la nota azienda “Riso Scotti” ha visto passare nel colosso industriale Ebro Foods, spagnolo, già detentore di 60 etichette in 25 Paesi diversi, il noto marchio italiano, sino a qualche giorno fa, in mano per il 25% alla famiglia pavese da cui il nome dell’azienda. Lo scorso anno, la AR Pelati è stata acquisita dalla Società Princess, controllata dalla giapponese Mitsubishi. Sempre lo scorso anno, la storica casa vitivinicola piemontese, Gancia, è stata acquistata dall’industriale russo Rustam Tariko, proprietario della banca e della vodka Russki Standard.
La francese Lactalis ha invece incorporato la Parmalat. Andando indietro negli anni, non mancano altri casi importanti: dalla Bertolli, acquisita nel 2008 dal gruppo spagnolo SOS, la Galbani, anche questa entrata in orbita Lactalis, nel 2006. Lo stesso anno, gli spagnoli hanno messo pure le mani sulla Carapelli, dopo aver incamerato anche la Sasso nel 2005. Sempre in quell’anno, la francese Andros aveva acquisito definitivamente le Fattorie Scaldasole, che in realtà parlavano straniero già dal 1985, con la vendita all’ Heinz. Nel 2003, hanno cambiato bandiera la birra Peroni, passata all’azienda Sudafricana Sab Miller e l’Invernizzi di proprietà da vent’anni della Kraft è ora finita alla Lactalis. Negli anni ’90, erano state la Locatelli e la San Pellegrino ad entrare nel gruppo Nestlé, anche se poi la Locatelli era stata girata alla solita Lactalis. La stessa Nestlé possedeva già dal 1995 il marchio Antica Gelateria del Corso e addirittura dal ’98 la Buitoni e la Perugina.
Questi sono solo alcuni esempi, potremmo citare anche le “Fattorie Osella” oggi in mano alla Kraft, per dire che mentre la politica sperpera il proprio tempo in inutili dibattiti, all’estero non scherzano. Hanno fatto incetta di tutti i principali marchi nazionali dell’agroalimentare perché il Made in Italy nel mondo conta ancora molto, molto di più di quanto abbiamo sempre immaginato. Inutile battersi il petto o rodersi il fegato. Ormai ciò che è andato non torna più. La politica deve però evitare che dietro a questi marchi si celi la speculazione per cui i consumatori restano convinti di consumare prodotti nazionali, mentre in realtà non lo sono, perché comperati in Paesi, dove la qualità, anche in termini sanitari, come dimostrano i dati prima pubblicati, è di molto inferiore ai nostri. Queste operazioni industriali che si fa finta di ignorare generano una concorrenza sleale alle nostre imprese agricole. Sono proprio queste industrie a voler pagare i prodotti agricoli a prezzi globali quando in Italia, ottenere qualsiasi prodotto agricolo costa di più che non da altre parti.
E allora torniamo alla battaglia attuale di Coldiretti: occorre ridurre la burocrazia, i controlli inutili, la carta che non legge nessuno, ma fare realmente quei controlli che servono a tutelare le nostre imprese che hanno dimostrato di produrre bene, seppur in un momento dove la burocrazia spesso mette il bastone tra le ruote.

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