Fabio Fazio: 'Cosi innoverò Che tempo che fa'

Fabio Fazio: ‘Cosi innoverò Che tempo che fa’

Cultura

Fabio Fazio: ‘Cosi innoverò Che tempo che fa’

La storica trasmissione di Fabio Fazio, Che tempo che fa è ormai giunta alla tredicesima stagione, e il conduttore, in una intervista, non ha nascosto la propria stanchezza e il proprio desiderio di un’innovazione del format: ‘Sono stanco si – dice in una intervista pubblicata su ‘Repubblica’ – ma non si può fermare a cuor leggero una macchina che macina ascolti e rende alla Rai, come leggo sui giornali, 50 mila euro per 15 secondi di spot. Sarebbe irresponsabile, sbagliato. Cerco nuovo vigore cambiando: parallelamente alla liturgia domenicale, con le tre interviste che consentono un racconto lungo, mentre il sabato mi gioco la carta della novità‘.

Fazio ha rivelato l’indiscrezione sul nuovo format del sabato, che si presenta come una novità assoluta : ‘ Con me ci sarà Massimo Gramellini e ci sono persone diverse, su cui cercherò di sapere tutto ciò che è possibile sapere, che ascolto e coinvolgo nella conversazione: si tratta di usare gli argomenti e le persone come strumenti musicali e avere molte sezioni; di far stare tutto in un tempo esiguo per dare una sensazione di bella sonata piena.

Non lo facevo dai tempi di Quelli che il calcio‘.

L’idea del tavolo al centro, una scena ormai consolidata nel suo talk show, è un’idea che Fazio ha ‘preso in prestito’ dalla tv francese, un leit-motiv tipico del talk show in salsa transalpina: ‘Sì, guardo molta tv francese, lì il tavolo è spesso al centro della scena. Da noi il gusto della conversazione si è perso, è dai tempi di Costanzo che non c’è più. Del resto, quando ho cominciato Che tempo che fa il talk show one-to-one non lo faceva nessuno, ora siamo arrivati a 910 puntate. L’unico pregio che mi riconosco è che amo cambiare: facevo Quelli che il calcio e ho fatto Anima mia, Vieni via con me mentre c’era Che tempo che fa, ho imparato a usare una trasmissione di successo come scudo per proteggere le altre’.

Poi, nell’intervista, ha ripercorso le tappe fondamentali delle propria carriera, dai primi programmi in radio al passaggio verso il piccolo schermo: ‘Ho iniziato che non avevo neppure 19 anni: trent’anni fa, tanto quanto ci separava allora dall’inizio delle trasmissioni tv in Italia.

Mi sento nel mezzo di tutto: allora lavoravo con Enrico Vaime, Guido Sacerdote, Luciano Salce, Bruno Voglino, ho vissuto un racconto che non mi apparteneva generazionalmente, ho ascoltato una grammatica televisiva e del gusto, del linguaggio, oggi totalmente estinta. Ho imparato soprattutto che cosa in tv non si deve fare. E poi ovviamente, come tutti quelli della mia generazione parlo la lingua televisiva di Arbore. Facevo la radio, facevo le imitazioni, e questa era la mia medicina per vincere una timidezza di proporzioni gigantesche. Il destino ha scelto per me la televisione, ma non avevo messo in conto di farcela, la mia ambizione era fare il giornalista nella redazione locale de La Stampa o del Secolo XIX‘.

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