Finanziamento ai partiti: la storia infinita da Piccoli a Monti

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Finanziamento ai partiti: la storia infinita da Piccoli a Monti

Ha liberalizzato, ha ridotto lo spread, ha ricostruito parzialmente l’immagine dell’Italia nel mondo (ma la storia dei finti complimenti di Obama è stata in verità un po’ avvilente): eppure la percentuale del consenso degli italiani al Governo Monti è in discreta picchiata. Possibile che sia solo per colpa di qualche frase infelice dei propri ministri, o per il non convincente balletto sull’articolo 18? Forse, ma più probabilmente per completare l’opera servirebbe un altro capolavoro. Il taglio del finanziamento pubblico ai partiti. Ma può davvero riuscire il governo tecnico laddove hanno sempre fallito referenda e proposte di legge parlamentari? Allora sì che la coalizione provvisoria potrebbe essere pronta per presentarsi con ottime credenziali alle prossime elezioni, ammesso che Monti e compagni lo vogliano davvero. Ma i sogni son desideri, ed in fondo il problema è che il gatto non ha molta voglia di mordersi la coda come si evince dalle fumose dichiarazioni d’intenti di Monti da Beirut (“Sul finanziamento pubblico ai partiti il governo riflette, prende le sue posizioni”).

Bisogna premettere che una simile decisione non può essere presa dalla sera alla mattina e che l’ultima parola spetterebbe comunque al Parlamento.

Ma ragioniamo: un governo tenuto in vita dai partiti, cui da un momento all’altro il bipolarismo potrebbe staccare la spina (e se non lo fanno è solo per una questione di mera opportunità, leggi necessità di andare al voto con una nuova legge elettorale), può realmente permettersi un simile scacco matto? La domanda è retorica, e la risposta invita alla rassegnazione. La storiella è ovviamente di estrema attualità dopo gli scandali degli ultimi mesi, anzi giorni: da Lusi a Belsito, i tesorieri che si sono fatti scappare di mano la situazione hanno fatto divampare nuovamente l’indignazione degli italiani di fronte al destino di quello che, è bene ricordarlo, è pur sempre del denaro pubblico.

Introdotto dalla leggendaria Legge Piccoli vecchia di quasi quarant’anni (1974) ma abrogato a furor di popolo dopo Tangentopoli, in origine il finanziamento nacque come una protezione verso le strutture dei partiti già esistenti in Parlamento, a danno delle nuove formazioni, con l’intento di scacciare “tentazioni” esterne.

La favoletta convinse poco fin dall’inizio ma passo dopo passo la norma fu ricostituita attraverso veri rimborsi elettorali: e con la scusa che ogni anno ci sono delle elezioni, dalle Comunali alle Europee, i partiti hanno accumulato montagne di denaro poi disperse tra ville, lauree comprate e Tanzania. Dal Pd alla Lega è quindi già partita la corsa all’autotassazione in vista delle prossime Comunali: così a Verona il sindaco Tosi si è preparato un conto corrente a parte controllato dal proprio comitato elettorale e tenuto in vita dai versamenti volontari dei cittadini.

Bisogna diffidare da chi fa troppa pubblicità elettorale – ha dichiarato al Corriere della Sera D’Arienzo del Pd – nove volte su dieci sono soldi rubati o di provenienza poco chiara”. Insomma la nuova missione è pubblicizzarsi il meno possibile, per non dare adito a sospetti ma da qui a pensare che a breve cambi davvero qualcosa il passo è lungo, almeno in attesa delle norme che Bersani e Casini presenteranno giovedì.

Non stupiamoci allora nella prossima tornata il trionfatore possa davvero essere il Movimento Cinque Stelle, il leader indiscusso nella lotta anti-caste.

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