Firenze e l’originale nell’arte: l’Autoritratto ritrovato di Zoffany COMMENTA  

Firenze e l’originale nell’arte: l’Autoritratto ritrovato di Zoffany COMMENTA  

FIRENZE – Ascoltando le storie di questi dipinti, viene da chiedersi quante altre opere rimangano ancora nascoste nell’ombra, magari ad ammuffire in uno scantinato, trattate da volgari copie quando invece sono degli originali d’autore. E qui interviene l’occhio dell’esperto, capace di riconoscere l’autenticità di una pennellata e lo stile unico di un pittore,  a volte al primo sguardo.


Nel Simposio Internazionale Riconoscere l’originale nell’arte, tenutosi stamattina a Palazzo dei Cartelloni, la sede del Saci (Studio Art Centers International), sono stati presentati quattro dipinti che rischiavano di finire nell’anonimato della pittura, proprio perché erroneamente considerati delle copie.


Uno di questi capolavoro ritrovati è l’Autoritratto (XVIII secolo) di Johan Zoffany, pittore tedesco autore della Tribuna degli Uffizi: l’opera appartiene a Mnajdra Ltd, Discerning Fine Arts, giovane società spagnola che gestisce una collezione di opere d’arte e che ha promosso il Simposio di oggi. A scoprire l’originale nell’Autoritratto di Zoffany è stata Susan Grundy, storica dell’arte inglese, fondatrice e direttrice di Mnajdra. Al suo fiuto, o meglio al suo occhio, dobbiamo la presentazione dei quattro quadri mostrati stamattina: l’Autoritratto, il Ritratto di Filosofo (XVII secolo) di un anonimo Caravaggesco, il Ritratto di Lady Diana Cecil (ritenuto una maniera di A. Van Dyck autentica) e il Ritratto di Robert Lovett, eseguito da un discepolo di Van Dyck. «Noi acquisiamo opere d’arte trascurate» ha detto Grundy «e, poi, rispettandone l’epoca e l’originalità della concezione, ci sforziamo di restaurarle e rivalutarle in futuro».


Come in molte grandi scoperte, anche in questo caso l’incontro tra la Grundy e l’opera di Zoffany è stato frutto del caso: nell’ottobre del 2011 la storica dell’arte anglosassone riesce ad acquisire dalla Collezione di Tony Hayes un piccolo dipinto del XVIII secolo considerato una copia dell’Autoritratto di Zoffany conservato a Cortona. La Grundy, però, si è accorta subito di non essere di fronte a qualcosa di più di una semplice riproduzione: «Ci è voluto un attimo, ma ho subito capito che non era una copia: la luce, la vivacità dei colori, l’introspezione. È stato l’occhio, ma anche il cuore». Il sesto senso dell’esperta inglese è stato confermato da Mina Gregori, professoressa emerita di Storia dell’Arte Moderna all’Università di Firenze, la quale ha confermato l’attribuzione a Zoffany dell’opera: «Si tratta della stessa ideazione del ritratto conservato a Cortona» ha confermato Gregori. «La fattura libera, con colpi quasi a macchia, non solo nella pelliccia, ma anche negli incarnati, rafforza l’ipotesi della sua autobiografia».

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Ancora più travagliata la vicenda del Ritratto di Lady Diana Cecil, a lungo reputato di scarso valore e addirittura utilizzato come oggetto di scena, tanto da comparire nel film britannico Withnail and I. Quando Mnajdra lo ha acquistato, il quadro era già in cattive le condizioni, ma i restauri del Saci lo hanno fatto tornare alla sua bellezza originaria.

Alla presentazione ha partecipato anche Ronald Paulson, esperto in Arte Britannica del XVIII secolo e professore della Johns Hopkins University di Baltimora. Oltre ad una approfondita indagine sulla produzione di Zoffany, Paulson, insieme agli altri relatori, ha voluto mandare un messaggio importante a Firenze: «Studiamo il passato per insegnare alle nuove generazioni il futuro e Firenze dovrebbe essere una palestra che addestri i giovani alla creatività. Noto una certa eccessiva predilezione sull’arte passata a scapito di quella contemporanea, che viene costantemente sottovalutata». È della stessa idea la Gregori: «Firenze deve stimolare l’interesse per l’arte contemporanea. L’Istituto d’Arte crea molti giovani artisti sottovalutati. Le strutture cittadine dovrebbero favorire la rinascita dell’arte contemporanea, magari attraverso un ripensamento delle strutture cittadine. Sarebbe bellissimo anche se arte e musica si integrassero».

In cosa consiste la grande abilità del cacciatore di opere perdute? «Il mio sesto senso è la capacità di distinguere le energie» racconta Susan Grundy. «Penso fuori dagli schemi, lateralmente e quando guardo un’opera d’arte in vendita “sospendo” la mia convinzione che io sia in qualche modo “un esperto”.Penso a me stessa come un’insegnante. Quando compro non sono interessata ai nomi, cerco prima di tutto l’originalità. Alla fine rispetto ogni artista, ancora con noi o lontano nel passato, che ha il coraggio di provare a dipingere un quadro».     

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