Funerali Ingrao, il saluto che imbarazza Renzi

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Funerali Ingrao, il saluto che imbarazza Renzi

Si sono svolti ieri i funerali di Pietro Ingrao, dirigente del Partito Comunista Italiano per mezzo secolo, scomparso domenica scorsa, fra tante persone comuni e quasi tutti i principali esponenti politici dell’attuale sinistra italiana.

Nostalgici a pugno chiuso, sventolando vessilli con falce e martello, hanno voluto portare un ultimo saluto al “compagno Ingrao”, simbolo di una lotta comunista che, in Italia, non ha più, in questo momento, un riferimento in ambito politico.

Sul palco delle autorità, fra gli altri, c’era Matteo Renzi, il massimo rappresentante dell’attuale partito di governo, il Partito Democratico che è figlio dei Democratici di Sinistra di Achille Occhetto e nipote del Partito Comunista di Antonio Gramsci.

Il passaggio da Gramsci a Renzi è grande, al punto che la somiglianza fra nonno e nipote, per continuare con l’immagine precedente, non è più che una sottigliezza di albero genealogico: è come se, per capriccio riproduttivo, una certa parte dei geni non avesse voluto sapere di trasmettersi.

Quando i nostalgici intonano Bella Ciao, canto del quale si è abusato in troppe altre occasioni, ma appropriato per salutare chi, partigiano, lo è stato per davvero, il compagno Renzi tace, guarda in giro distratto, sottolineando il proprio atteggiamento in tutti i modi possibili, ma senza liberarsi dell’imbarazzo che – è evidente – lo ha investito in quel momento.

Qualcuno dei pidiessini presenti se la sente di sussurrare qualche parola del canto partigiano, ma sono davvero pochi.

Le parole del discorso di Alfredo Reichlin, poi, comunista e partigiano come Ingrao, nell’evocare la mastodontica storia del partito, hanno scavato ancora più in profondità il fosso che divide l’attuale dalla vecchia sinistra italiana.

“Quando i Tg domenica hanno dato la notizia” ha detto Reichlin “l’hanno così sintetizzata: è morto il capo della sinistra comunista.

C’è, nella sintesi giornalistica, un dato di verità. Che chi dice che questo paese ha una storia, non è solo una sommatoria di individui, è un storia fatta di passioni e di comunità. Tuttavia questa storia non l’abbiamo conservata o costruita bene, non so se perché volevamo la luna o non l’abbiamo voluta abbastanza. E allora, oggi, la gente esprime un bisogno insopportabile di senso. Della parola sinistra si sono persi molti significati, ma io sento rinascere il bisogno di uomini che pensano e guardano lontano, che sanno che il vecchio non può più e il nuovo non c’è abbastanza. E si interrogano su come riempire questo vuoto”.

Ed è un vuoto imbarazzante, è vero, proprio quel vuoto, però, che la sinistra italiana ha provato a colmare, percorrendo lei stessa il cammino lungo e tortuoso che va da Bella Ciao a Matteo Renzi.

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