Gli stipendi italiani, falcidiati a marzo dall’inflazione

Economia

Gli stipendi italiani, falcidiati a marzo dall’inflazione

A marzo l'inflazione ha falcidiato gli stipendi
A marzo l'inflazione ha falcidiato gli stipendi

Ennesima stangata per il potere d’acquisto degli italiani. Stavolta, sono gli stipendi ad essere nuovamente sotto attacco, come certifica l’Istat. L’istituto di statistica, infatti, afferma che a marzo la forbice tra l’aumento delle retribuzioni contrattuali orarie (+1,2%) e il livello d’inflazione (+3,3%), su base annua, ha toccato una differenza di 2,1 punti percentuali, il divario più alto dall’agosto del 1995, quando era di 2,4 punti percentuali. Il dato è dovuto al rallentamento delle retribuzioni contrattuali orarie, che sono rimaste ferme ai livelli di febbraio e in crescita dell’1,2% su base annua: anche in questo caso era da molti anni che non si verificava un valore simile, esattamente dal 1983, quando iniziarono le serie storiche ricostruite dall’Istat. I settori che a marzo hanno goduto (si fa per dire) degli incrementi tendenziali maggiori sono tessile, abbigliamento e lavorazione pelli (2,9%), chimiche, comparto di gomma, plastica e lavorazioni minerali non metalliferi e quello delle telecomunicazioni (2,7% per tutti i comparti). A questo dato va aggiunto quello che riguarda lo stop dei rinnovi contrattuali.

Sempre per l’Istat, infatti, a marzo, risultano in attesa di rinnovo 36 accordi contrattuali, di cui 16 appartenenti alla pubblica amministrazione, che fanno riferimento a circa 4,3 milioni di dipendenti (circa 3 milioni nel pubblico impiego): il 32,6% della forza lavoro. Sono dati molto preoccupanti, ma sembra che interessino poco ad un governo che doveva essere innovativo e che invece sta spremendo gli italiani come quelli che lo hanno preceduto, a suon di tasse, senza minimamente curarsi di quello sviluppo che doveva caratterizzare la fase due.

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