I Blur ed il Britpop

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I Blur ed il Britpop

Blur (U.K. – 1991)

Vi confesserò una cosa, se non si era ancora capito: non ho una grandissima simpatia per la stampa musicale britannica. L’antipatia si accentua in maniera esponenziale se riferita a quella degli anni ’90: il movimento grunge aveva di fatto escluso la scena musicale del Regno Unito, relegandolo in seconda categoria; la morte di Kurt Cobain, così, rappresentò una vera e propria nemesi, più che per la scena britannica, per la critica, che non doveva fare altro che salire sul primo treno disponibile per far tornare protagonista assoluto il loro smodato orgoglio nazionalistico. Il treno che passò aveva, tanto per cambiare, destinazione Beatles; la moda del momento era rendere omaggio ai quattro di Liverpool. Quello che nacque in Gran Bretagna fu quindi un movimento di devoti che volevano ripercorrere gli antichi fasti, cominciando dal look, per poi proseguire quasi in secondo piano con la musica. La critica gongolò; qualsiasi band facesse qualcosa di minimamente melodica veniva definita come “i nuovi Beatles”.

La musica che andava in quel momento era la quint’essenza della semplicità ritmi pacifici e melodici con poche sperimentazioni e poco spazio ai singoli strumenti, fatta eccezione per la chitarra. Era così nato il britpop.

Sulle migliaia di “nuovi Beatles” penso che , per la maggior parte dei casi, sia meglio non rispondere alle provocazioni; una piccola parte di questi gruppi poi, pur avendo fatto qualcosa di decisamente più proponibile, ha avuto la colpa di non sapersi ripetere negli anni. L’unica, eccelsa, eccezione furono i Blur, i quali non si limitarono solamente a produrre qualche singolo tipicamente britpop, ma riuscirono a ripetersi e, cosa ancor più sconvolgente, a migliorarsi.

L’album che gli fece acquisire credibilità fu il terzo “Parklife”, ottimo esempio di quel britpop teso a rendere omaggio ai Beatles, ma che richiama dichiaratamente anche altre influenze (vedi The Who e The Kinks).

“The Great Escape” fu il seguito che, con le sue sonorità ancora più complesse, risulta essere probabilmente l’album meglio riuscito della band.

L’omonimo “Blur”, poi, diede ulteriore conferma che ci si trova davanti ad un gran gruppo, chiaramente non paragonabile ai Beatles, ma comunque più che valido.

Qui le sonorità sono più dure che nei lavori precedenti, i ritmi più veloci e movimentati; questo disco è considerabile come capostipite di quello che poi sarebbe diventato il genere indie.

Andando avanti col tempo, la band iniziò a mostrare un certo interesse per le sonorità stile Coldplay, con risultati non negativi, sebbene il meglio fu dato dai progetti paralleli di Damon Albarn, la vera mente della band. Il suo progetto meglio riuscito fu senza ombra di dubbio i Gorillaz, una “banda finta”, dove i componenti erano dei manga anziché degli esseri umani; il fatto che dietro ci fosse Albarn era in realtà il segreto di pulcinella. Rimane che gli album Gorillaz del 2001 e Demon Days del 2005 sono il miglior risultato di quel genere chiamato alternative rock, nel quale, sulle basi di un rock dai ritmi cadenzati e deprimenti , si alternano l’elettronica (molta), ma anche l’hip hop.

Tornado al gruppo, ufficialmente sono ancora in attività; se pubblicheranno qualcos’altro o no non lo si sa, ma sicuramente i presupposti ed il tempo per fare ancora qualcosa di grandioso ci sono tutti.

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